Care viaggiatori e cari viaggiatori negli ultimi anni si parla sempre più spesso di turismo rigenerativo, un approccio che invita a ripensare il modo in cui viaggiamo e il nostro rapporto con i territori che visitiamo. Non si tratta solo di ridurre l’impatto del turismo, ma di generare valore per le comunità locali, per l’ambiente e per le economie dei luoghi. In questo senso, il turismo rigenerativo favorisce una redistribuzione più equilibrata, sia spaziale (dai grandi centri urbani verso i borghi minori) che temporale.
Su questo tema intervistiamo per il nostro blog Alice Giussani e Anna Sorgente, studentesse e ricercatrici che hanno approfondito l’argomento attraverso una significativa attività di ricerca e di studio sul campo, svolta durante la loro esperienza formativa presso l’Università di Breda, nei Paesi Bassi.

Anna & Alice
Per cominciare, vi andrebbe di presentarvi e raccontarci brevemente il vostro percorso formativo e professionale? Come siete arrivati a sviluppare questa ricerca sul turismo rigenerativo?
Alice: dopo aver frequentato il liceo linguistico in Italia, mi sono trasferita in Olanda per conseguire una laurea in Tourism Management. Nel corso del primo anno ho realizzato che il programma era orientato principalmente agli aspetti gestionali ed economici del settore. Ho scelto quindi di specializzarmi in Social Innovation, un curriculum più attento alle dimensioni sociali e culturali del turismo. Questa scelta si è rivelata decisiva nel mio percorso, perché mi ha permesso di individuare l’approccio che sento più vicino ai miei interessi. Da lì è nata la motivazione a sviluppare questo progetto.
Anna: Dopo un primo anno di Leisure & Event Management alla Breda University of Applied Sciences, ho scelto di specializzarmi in Urban Life and Placemaking. Il concetto di “placemaking” riguarda la creazione di “luoghi” all’interno delle città: non semplici “spazi” costruiti, ma luoghi arricchiti da connessioni emotive, relazioni interpersonali e benessere delle persone.
Questo approccio mi ha permesso di osservare la mia città di origine, Verona, con uno sguardo diverso. Essendo una destinazione fortemente impattata dal turismo di massa, il benessere dei residenti è stato per me il catalizzatore che mi ha spinto ad esplorare un diverso approccio al turismo, quale quello rigenerativo.
In cosa consiste concretamente il vostro lavoro e cosa vi ha spinti a scegliere proprio il tema del turismo rigenerativo? C’è stato un episodio o un’ispirazione particolare che vi ha guidati in questa direzione?
L’ispirazione è stata conoscere Esther van Ruth, fondatrice di Positive Impact Tourism. Ciò che ci ha colpito è stato il suo approccio al turismo come strumento di cambiamento positivo. In particolare, la sua missione è quella di facilitare un contributo diretto al benessere delle comunità locali e all’ambiente naturale. In concreto, co-crea esperienze con partner da tutto il mondo, i cui itinerari combinano la scoperta di nuovi luoghi con pratiche che portano beneficio direttamente alle destinazioni ospitanti locali. Riconoscere in Esther una figura capace di ripensare il turismo in modo innovativo ci ha spinto a collaborare a questo progetto.
Il vostro progetto mira a creare una strategia di comunicazione tra PIT, le comunità locali e gli operatori turistici. Come avete impostato questo obiettivo e quali sono stati i passaggi chiave del vostro percorso?

Abbiamo impostato il nostro obiettivo partendo da una difficoltà riscontrata da Esther: interfacciandosi con potenziali partner italiani, vi era un’esitazione inespressa che impediva alla collaborazione di andare avanti. Poiché la barriera sembrava essere di natura comunicativa, abbiamo deciso di elaborare una strategia che potesse facilitare il dialogo tra PIT, comunità locali e tour operator. Ci siamo chieste: “perché esiste questo divario? È una questione di messaggio, di cultura, di conoscenza?”. Il fatto di essere studentesse italiane in Olanda ci ha offerto una prospettiva duplice, che si è rivelata un vantaggio significativo nell’affrontare il progetto.
I passaggi chiave del progetto sono stati:
- Un’analisi approfondita delle differenze culturali tra Italia e Olanda
- Interviste con tour operator italiani di nicchia, dalle quali è emerso che il turismo rigenerativo è ancora poco praticato in Italia. La rete A.I.T.R ha, tuttavia, contribuito alla promozione del concetto di turismo responsabile, che offre un’alternativa al turismo di massa.
- Un’intervento in centro a Verona con l’affissione di poster per sensibilizzare la cittadinanza sul tema del turismo rigenerativo.
- Un questionario a cui hanno risposto 165 persone con un risultato significativo: oltre l’80% dei partecipanti non conosceva il termine “turismo rigenerativo” ma, dopo alcune domande orientative, quasi l’80% si è dichiarato interessato a partecipare ad iniziative di questo tipo con i visitatori.
- La visualizzazione dei dati raccolti attraverso word cloud, grafici, mappe concettuali e tabelle.
- Una sessione creativa con un gruppo ristretto di persone con dialoghi e attività sul turismo rigenerativo.
- La partecipazione al podcast dell’Online festival “Off” gestito da Cristian Tava di Villaggio Saggio nelle Marche (Offagna).
Secondo voi, qual è il vero valore — o l’impatto più significativo — che il turismo rigenerativo può generare sui territori e sulle comunità che li abitano?
Alice: Il valore principale è l’approccio olistico. A differenza del turismo sostenibile che minimizza gli impatti negativi, il turismo rigenerativo fa un passo ulteriore: genera un contributo positivo. Inoltre, mette sullo stesso piano tutti gli stakeholder. È un sistema vivente, fatto di interazioni tra natura, comunità locali, istituzioni e operatori del settore. C’è una mentalità profondamente diversa dietro questo approccio, ben lontano da una logica lineare di domanda e offerta.
Anna: Il vero valore sta nel considerare turisti e comunità locali come persone con pari dignità. Il turismo di massa vede il turista come soggetto economico e sfrutta le comunità. Il turismo rigenerativo dimostra che esiste un’alternativa in cui tutti siamo viaggiatori che scoprono nuovi aspetti delle culture. È turismo come mezzo, non come fine: non puro consumo. Fondamentale è il valore dell’ascolto e del rispetto: per lavorare con le comunità come protagoniste, devi ascoltarle e comprendere il loro valore intrinseco.
Pensate che il turismo rigenerativo possa diventare una leva concreta per il ripopolamento delle aree interne? In che modo questa visione potrebbe tradursi in una strategia capace di attivare nuove economie locali nei luoghi che oggi rischiano di spopolarsi?
Sì, il turismo rigenerativo può essere una grande opportunità perché valorizza le risorse e i punti di forza delle comunità locali. Quando un operatore rigenerativo lavora con un gruppo, questa riscopre se stessa e il proprio valore comunitario. Tuttavia, riteniamo necessari cambiamenti strutturali. A livello istituzionale, è necessaria una transizione da una logica meramente economica e di breve periodo ad una sostenibile a lungo termine e che valorizzi il benessere ambientale e sociale. Inoltre, occorrono infrastrutture adeguate come collegamenti di trasporto che rendano i borghi interni effettivamente raggiungibili.

Fondamentale è anche un approccio dal basso: facilitatori capaci di creare spazi di dialogo, far emergere i punti di forza del territorio e attivare processi collaborativi. Non figure che impongono linee guida dall’alto, ma accompagnatori di processi. Quando le persone sono parte attiva del percorso, percepiscono concretamente il contributo positivo del turismo, si sentono protagoniste e acquisiscono una maggiore percezione di controllo sul proprio futuro. Va poi considerata l’importanza dell’impatto qualitativo: misurare il successo attraverso la partecipazione della comunità e le narrazioni dei vissuti, non solo attraverso indicatori quantitativi come il numero di visitatori, i profitti o i pernottamenti.
Infine, molte destinazioni sono oggi dipendenti dall’alta stagione. Il turismo rigenerativo favorisce una redistribuzione più equilibrata, sia spaziale (dai grandi centri urbani verso i borghi minori) che temporale. Villaggio Saggio, nelle Marche, è un esempio concreto di rivitalizzazione: eventi distribuiti lungo tutto l’anno, progetti su terreni inutilizzati e iniziative educative. Le comunità locali sono coinvolte direttamente senza l’intermediazione di grandi aziende esterne che non conoscono il territorio.
Se volete approfondire il tema vi lasciamo di seguito i profili Linkedin di Alice Giussani e Anna Sorgente. Ringraziamo le nostre ospiti per aver condiviso con noi la loro interessante ricerca ed esperienza sul campo.
Blog IT.A.CÀ
Sonia Bregoli
Responsabile Comunicazione IT.A.CÀ Festival
Linkedin

Sonia Bregoli





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