Tra gli ulivi delle terre occupate in Palestina

Era il 10 Marzo 1948, quando a Tel Aviv, “in un freddo pomeriggio, un gruppo di undici uomini, dirigenti sionisti veterani insieme a giovani ufficiali militari ebrei, diedero il tocco finale al piano di pulizia etnica della Palestina” (Ilan Pappe,”La pulizia etnica della Palestina” 2008).

Quel tocco finale venne chiamato Piano Dalet e, con la sua attuazione sistematica ed efficiente a partire dalla sera stessa, i sionisti, che avevano già iniziato anni prima ad occupare la Palestina, diedero il via ufficialmente alla Pulizia Etnica dei suoi abitanti.

Da allora sono trascorsi più di 60 anni di guerre in Palestina, corrispondenti a più di 60 anni di quasi ignoranza e quasi menefreghismo da parte nostra, come se non ne fossimo testimoni o responsabili.

Oggi però è per quel “quasi” che voglio scrivere. C’è sempre un “quasi”, c’è sempre una piccola percentuale di chi è presente e resiste al fianco di chi combatte la sua lotta quotidiana. Come se fosse la propria.

Deir Istiya, Area del Salfit, West Bank.

L’associazione bolognese Yoda (Youths For Development Alchemy) fa parte di quella percentuale e, tra le tante attività di cooperazione, volontariato ed educazione, è impegnata nell’organizzazione di campi di volontariato di 2 settimane nelle terre Palestinesi occupate. Questi campi sono il frutto della collaborazione tra l’associazione Yoda e l’organizzazione non governativa GVC che lavora da anni nei territori occupati, supportando le comunità agricole colpite dalla costruzione del muro nel nord della Cisgiordania con progetti sia d’emergenza che di sviluppo, finanziati da Commissione Europea, UTL, FAO e Regione Emilia Romagna.

Per quanto riguarda la controparte locale, il campo è in collaborazione con Union of Agricultural Work CommitteesUAWC che vanta un’esperienza di lunga data nel settore agricolo in generale e olivicolo-oleicolo in particolare. La UAWC gestisce ed organizza i comitati di agricoltori, funge da intermediario a livello commerciale tra gli olivicoltori e i compratori internazionali ed è inoltre referente per la certificazione equo e solidale dell’olio prodotto (FLO International – Fairtrade Labelling Organisation).

GVC e UAW hanno avviato dal 2008 un programma di sostegno all’innovazione del settore olivicolo e oleicolo, con particolare attenzione al miglioramento della qualità dell’olio d’oliva per il suo adeguamento ai parametri qualitativi internazionali. L’obiettivo di questa serie di interventi è quello di aumentare e rendere più stabili i redditi agricoli, favorendo l’accesso degli olivicoltori palestinesi, anche dei produttori più piccoli, ai mercati internazionali.

I viaggiatori/volontari che partecipano ai viaggi di Yoda sono coinvolti proprio nella raccolta dello olive insieme alle famiglie locali, nella zona di Deir Istiya (Salfit area-West Bank), al fine di velocizzare le operazioni e di raggiungere in giornata le quantità minime che permettono la molitura al frantoio. Nel seguente video vengono spiegati accuratamente il contesto e le attività svolte dai volontari.

Tra i partecipanti ai campi c’è stato Roberto Frongia, ingegnere civile di Cagliari, il cui interesse per la geopolitica e le politiche economiche, ha fatto si che viaggiasse per due anni di seguito insieme a Yoda, prima come volontario nel 2011 e poi come accompagnatore l’anno successivo.

Con queste parole Roberto ci spiega le motivazioni che lo hanno spinto alla partenza :

La decisione di partecipare ad un campo di volontariato in Palestina è stata dettata dalla necessità di voler aprire gli occhi e di vivere in prima persona la realtà di un paese a cui viene impedito di esprimere la propria situazione. Avrei potuto rimanere a casa a leggere e ad informarmi sul conflitto arabo-israeliano, ma sentivo che non avrei mai raggiunto la giusta consapevolezza sulla questione. L’unico modo per “capire” era partire”.

Mas’ha, 5 Km ad est della Green Line, West Bank. Hani Amer, una vita tra il Muro dell’Apartheid e la colonia illegale Elkana.

Roberto non nasconde le difficoltà di comprensione di una realtà tanto complessa ed eterogenea come quella Palestinese: “Le due settimane trascorse tra gli agricoltori palestinesi mi hanno aperto un mondo su qualcosa che credevo di conoscere già abbastanza bene e devo ammettere che nonostante l’esperienza fatta ora ho le idee più confuse di prima. Infatti la Palestina è probabilmente una delle più eterogenee e complesse del pianeta e non basterebbe una vita per comprenderla appieno. Il conflitto, come conseguenza di un secolo di brutali politiche coloniali, ha condotto i popoli soggetti a tali violenze ad adattarsi, producendo degli effetti talmente variegati da destare confusione e smarrimento. In Palestina ci si può imbattere in persone talmente piene di odio da non riuscire a dissimularlo neanche in un semplice saluto, cosi come si possono incontrare ragazzi che ad una domanda sul conflitto riescono a risponderti solo che le persone, siano esse palestinesi o israeliane, avrebbero bisogno solo di tranquillità.

Ma nonostante questo senso di turbamento Roberto ha ben chiaro ciò che noi possiamo e dobbiamo fare: “Quello che possiamo fare noi è visitare quei luoghi e portare la nostra vicinanza, insieme alla promessa di dare voce alle loro battaglie anche nei nostri contesti.” Il video successivo è un esempio di questa promessa di trasmissione. Si tratta di interviste compiute dai volontari dell’associazione Yoda a Gerusalemme riguardo il cosiddetto muro della vergogna:

Roberto infine ci ricorda un aspetto molto importante: “La Palestina è anche una terra di cui innamorarsi: non è possibile visitarla senza la prospettiva di ritornarci perché è talmente piena di vitalità da farti rimettere in discussione qualsiasi certezza”. Palestina dunque non significa solo conflitto, e visitarla non significa solo attivismo socio-politico. Si tratta di un paese ricco di risorse naturalistiche ed artistiche, una terra meravigliosa da visitare, esplorare ed amare…. Ecco perché la seconda settimana di viaggio il gruppo si sposterà a Gerusalemme per la visita di diverse città e luoghi di interesse, tra cui Nablus, Qalqilya, Ramallah, Hebron e Jerico e per incontrare le associazioni e i movimenti pacifisti locali. Sfatiamo questo fastidioso mito per cui il turismo responsabile significa solo impegno, fatica, scomodità e lavoro!! Anche noi siamo umani, anche noi vogliamo un po’ di sano e utile turismo!! Tutto sta nell’unire questo aspetto all’ impegno sociale, politico ed economico. Una sottile differenza capace di trasformare noi e la nostra maniera di vedere e visitare il mondo.

Deir Istiya, relax al Coffee Shop dopo una giornata di lavoro nei campi.

Tra i campi a raccogliere le olive e a portarle tempestivamente al frantoio, c’era anche Elisa Tondo, 29 anni, di Taranto, partita per rispondere ad un’urgente bisogno interiore di fare finalmente chiarezza su una situazione troppo ardua da comprendere a distanza, soprattutto per via della falsificazione mediatica:

Il viaggio in Palestina ha letteralmente cambiato la mia visione del conflitto: ascoltare le testimonianze di giovani palestinesi e le difficoltà che si riscontrano quotidianamente vivendo sotto un’occupazione violenta come quella sionista, mi ha realmente reso cosciente di quello che accade in quei luoghi, una realtà costantemente tenuta nascosta o mistificata dall’Occidente.

Elisa ci racconta come quel viaggio , compiuto nel 2011, gli ha permesso di aprire gli occhi su una situazione tanto critica e delicata. Nelle sue parole possiamo percepire la durezza e l’amarezza di chi ha visto con i propri occhi la brutalità di quella realtà:

Il viaggio in Palestina ha reso più chiaro tutto questo: il paradigma sionista al potere nel corso degli anni ha condotto ad una situazione insostenibile da molti paragonata al Sudafrica dell’apartheid. Una situazione nella quale la costruzione di una rete di strade per soli coloni, l’adozione di targhe automobilistiche di colore differente, la miriade di check point ed insediamenti illegali di coloni aggressivi e ultra-nazionalisti sparsi lungo l’intero territorio della West Bank e il muro della vergogna e dell’apartheid, rendono il territorio della Cisgiordania talmente frammentato e sconnesso che parlare di Two-State solution appare oggi quanto mai meschino”.

Azzum Atma, West Bank. Giornata di mobilitazione con il PARC (Palestinian Agricultural Relief Committees) in sostegno degli agricoltori palestinesi.

Elisa sottolinea anche l’importanza della resistenza pacifica condotta con una sorprendente ed ammirevole perseveranza dai collettivi popolari, i quali, piuttosto che scegliere una facile risposta violenta preferiscono la forza delle loro parole e delle loro azioni di continua ricostruzione di ciò che viene loro distrutto:

L’incontro e la vicinanza di giovani palestinesi mi ha inoltre reso cosciente della centralità dei diritti umani, costantemente calpestati da un’occupazione brutale, alla quale i palestinesi rispondono attraverso una quotidiana resistenza non violenta, unica via per il raggiungimento della pace. E’ stato quindi un viaggio verso la consapevolezza e la comprensione di come, ognuno di noi possa compiere qualcosa di importante ed agire nel rispetto dell’Altro attraverso piccoli gesti quotidiani”.

Suk di Hebron. Rete posta sul mercato della città vecchia a causa del pericoloso lancio di oggetti da parte dei coloni residenti nelle abitazioni al di sopra del mercato arabo.

Anche lei, come Roberto ha perfettamente chiaro ciò che tutti noi potremmo, anzi dovremmo fare, nel nome di principi quali la difesa dei diritti umani, la libertà e la democrazia. Non ci sono mezzi termini, occorre scegliere da quale lato della civiltà si vuole stare:

E’ necessario a mio avviso visitare quei luoghi e divenire testimoni di quanto accade in quell’angolo di mondo. Supportare la resistenza palestinese, ovunque ci si trovi, è un dovere per chiunque abbia a cuore i diritti umani e il rispetto del diritto internazionale, è un atto di civiltà nei confronti di un popolo che vive sotto un’occupazione militare violenta, è una sfida nei confronti del gigante che si trova dalla parte del torto e dell’ingiustizia. La posta in gioco è alta e riguarda il nostro modo di vivere: si può rimanere indifferenti oppure mettersi in viaggio dalla parte della giustizia.

Ingresso di Shuhada Street, la più importante strada di Hebron, chiusa dall’esercito israeliano per permettere ad un esiguo numero di coloni israeliani (600) di occupare il centro della città, costituita da circa 160.000 palestinesi.

E’ vero, si tratta di scegliere. Scegliere tra un cammino di vita e di viaggio indifferenti e distruttivi e la via alternativa, quella in salita, quella più difficile, quella del turismo responsabile. Turismo responsabile non significa nient’altro che rendersi responsabili delle proprie azioni e in questo caso tali azioni sono riassumibili nell’aver permesso e nel permettere tutt’oggi ad Israele di perpetrare crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Andare in Palestina e raccontare ciò che si è visto, attraverso scritti, fotografie, video o qualsivoglia forma di espressione e condivisione, ci aiuta ad assumerci questa responsabilità, per noi e per le prossime generazioni. Per trasmettere loro che è possibile far parte di quel piccolo “quasi”, di quella piccola percentuale che non chiude gli occhi né tappa la bocca. Come ci dice Roberto: “Ho imparato che anche se non ci sentiamo coinvolti, siamo comunque anche noi responsabili delle ingiustizie, e diventiamo colpevoli e complici se facciamo finta di non vederle. Quando si è capaci di assumersi queste responsabilità, solo allora si è veramente liberi”.

Redazione Blog IT.A.CA’
Sara Petrozzi

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