Articoli

Restiamo senza plastica: i cammini ecologici del festival IT.A.CÀ in collaborazione con OWAY 2019

Cari amici viaggiatori e amiche viaggiatrici 

siamo alla conclusione di questo lungo ed entusiasmante 2019 che ci ha portato in giro per l’Italia attraverso le nostre 16 tappe dedicate al turismo responsabile e alla restanza

Qui il link per scoprire questa XI edizione. 

Il festival IT.A.CÀ da sempre attenta alle tematiche legate all’ambiente e alla valorizzazione del territorio, quest’anno ha portato una novità importante nel modello del festival: attraverso camminate ecologiche e responsabili con guanti, sacchi e pinze di raccolta, e in scia alla mondiale #trashchallenge e ai tanti progetti di attivismo ambientale, ha deciso di dare un contributo concreto attraverso la partecipazione di tutti, organizzatori, partecipanti alle singole tappe e partner nazionali.

 

Partner nazionale del progetto è stato OWAY (oway.it), che promuove un lifestyle sano e una sostenibilità attiva, concreta e positiva, che si sposa perfettamente con i valori del turismo sostenibile promossi da IT.A.CÀ. (Intervista ad Alessandra Ciccotosto, Oway, Trade Marketing & Communication Manager). Infatti, la stessa azienda ha organizzato, oltre alla partecipazione della propria rete di distribuzione, dei saloni e clienti ai cammini nazionali, un cammino aziendale lo scorso 15 settembre a Bologna. Un cammino sostenibile di quasi 7 km, 6 giardini, strade e parcheggi nei quartieri della città e quasi 40 kg di spazzatura raccolti in poche ore.

I cammini sono stati organizzati in collaborazione con tante realtà locali che ogni giorno sono impegnate nel salvaguardare il nostro ambiente: Legambiente, Touring Club, Friday for Future, Università di Bologna, Ulisse fest festival, Fondo Ambiente Italiano, WWF, Club Alpino Italiano e Fiab

RISULTATI 

Da maggio e novembre 2019 abbiamo raccolto:

  • quasi 2000 sacchi
  • oltre 900 kg di rifiuti con percorsi a piedi, bike tour e trekking

Abbiamo ripulito:

  • Il lungomare di Rimini,
  • Le spiagge della Calabria
  • Il bacino di un fiume Salentino in Puglia,
  • Parchi, aree urbane e giardini nel Gran Sasso, a Brescia, Parma, Trieste, Gorizia, Napoli e nell’Oltrepò Pavese;
  • Gli stradelli di accesso al mare a Marina di Ravenna,
  • I luoghi toccati dalla tempesta Vaia dello scorso anno in Trentino, il parco del delta del Po’ in Monferrato e le spiagge di Sestri Levante in Liguria.

Siamo molto contenti di questa collaborazione e che anche noi abbiamo dato assieme alla nostra grande rete nazionale un contributo a rendere migliore l’ambiente in cui viviamo: c’è ancora tantissimo da fare per preservare il nostro territorio ma da qualche parte bisogna iniziare e noi lo stiamo facendo!

Grazie infinitamente a tutti/e i volontari che hanno animato con grande entusiasmo e dedizione questi momenti di pulizia collettiva! #savetheplanet 

Ringraziamo per il coordinamento nazionale dei cammini ecologici Cecilia Pedroni dell’agenzia Happy Minds di Ravenna. 

Blog IT.A.CÀ
Sonia Bregoli 
Responsabile comunicazione 

Appunti di una XI edizione “Restante” e partecipata del festival IT.A.CÀ 2019

Care amiche e cari amici 

con grande entusiasmo annunciamo la conclusione dell’undicesima edizione di IT.A.CÀ il primo e unico festival in Italia dedicato al turismo responsabile; premiato nel 2018 dall’Organizzazione Mondiale del Turismo delle Nazioni Unite per l’eccellenza e l’innovazione nel turismo (UNWTO AWARDS).  

Tappa Parco Nazionale Monti Sibillini 2019

Un anno questo 2019 veramente emozionante di appuntamenti partecipati e apprezzati, che hanno colorato di idee e riflessioni quello che sembra essere ormai un nuovo punto di vista sul turismo e che il Festival ogni anno, accoglie e raccoglie lungo il suo percorso. Iniziamo con un po’ di numeri del 2019:

  • 7 mesi di cammini ed eventi (aprile – novembre)
  • 16 tappe tra città e territori 
  • 9 regioni italiane coinvolte
  • 16 coordinamenti territoriali coinvolti 
  • 2 coordinatori per tappa 
  • 1 sponsor nazionale
  • + di 700 realtà nazionali [istituzioni, fondazioni, associazioni, Ong, operatori, strutture ricettive, agenzie viaggi, scuole, università]
  • + di 100 partner tecnici
  • 7 main media partner 
  • + 25 media partner 
  • + di 500 eventi organizzati
  • + di 50.000 visitatori
  • + di 100 itinerari percorsi a piedi e a pedali 
  • 18 cammini di pulizia nelle varie tappe 
  • + di 2000 sacchi utilizzati per la raccolta
  • + di 900 kg di rifiuti messi insieme
  • 250 pagine di rassegna stampa nazionale 

In questa edizione abbiamo apportato due grandi novità: il tema condiviso della “Restanza” e l’attenzione alla cura e pulizia dei territori toccati dal passaggio del Festival grazie alla collaborazione con il nostro partner nazionale OWAY [azienda agro-cosmetica internazionale attenta alle coltivazioni bio-dinamiche, biologiche ed equo-solidali] che ha supportato IT.A.CÀ in tutta Italia e organizzato (procurando sacchi, guanti e pinze), fra i tanti eventi proposti dalle tappe nazionali, anche significative iniziative compartecipate con il coinvolgimento di volontari, turisti e cittadini, impegnati nel ripulire da residui di plastica e rifiuti, i luoghi che appartengono a tutti. 

Tappa Bologna 2019 – Cammino Pulizia OWAY

Il nostro viaggio è partito dalla Restanza: un nome singolare femminile, l’idea di esserci, di resistere, l’atteggiamento propositivo di chi decide di rimanere nel proprio territorio per valorizzarlo e sfruttarne al meglio le risorse, ovvero “un atto di rigenerazione e condivisione dei luoghi, per fare con i rimasti, con chi torna, con chi arriva, piccole utopie quotidiane di cambiamento” ci ha spiegato l’antropologo Vito Teti, coniatore del termine e ospite graditissimo in più tappe del Festival.

Tappa IT.A.CÀ Gran Sasso 

Un tema di profonda attualità quindi, che IT.A.CÀ ha ampiamente sviscerato in molti territori nazionali e un impegno che ci siamo assunti per questa edizione, debuttata – non a caso – il 25 Aprile nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Dopo i terremoti del 2016 e del 2017, questa zona non solo è un simbolo di restanza, ma anche di resistenza, come capacità di rimanere saldi e di ricostruirsi senza alienare la propria identità. Riscoperta di memorie e tradizioni perdute per strada, con comunità che cercano di prendersi cura l’una dell’altra, appellandosi ad una responsabilità comune di accoglienza, tutela del patrimonio naturalistico e rivendicazione di servizi negati o perduti. 

Foto di Gruppo Tappa Parco Nazionale Monti Sibillini

A Maggio, IT.A.CÀ si è spostato a Bologna, culla natale del Festival che anche in questa edizione si riconferma polo centrale e snodo nevralgico di scambio e riflessione sulla filosofia che la manifestazione persegue con tenacia da tempo. È qui che abbiamo visto nascere il Festival ben 11 anni fa e lungo le varie edizioni, riuscire a delineare un vero e proprio format – oggi adottato in ben 16 territori – che mette in rete tanti attori sociali locali, impegnati nella valorizzazione dei luoghi in chiave sostenibile. Con uno sguardo approfondito nell’Appennino bolognese tra Marzabotto, Castiglione dei Pepoli, Grizzana Morandi e la Val di Zena.  

Tappa Bologna – Val di Zena (Appennino bolognese)

Da giugno, la nostra estate con IT.A.CÀ è stata all’insegna del sole e del mare nei territori di Rimini, Calabria di Mezzo, Salento e dell’aria salubre a fine luglio, sulle vette del Gran Sasso. Con zaino in spalla e scarpe comode, abbiamo attraversato alcuni borghi e valli indimenticabili  tra sentieri escursionistici, testimonianze di attivismo ambientale, laboratori di riciclo creativo dei rifiuti e valorizzazione delle produzioni artigianali d’altri tempi: ceramica, olio biologico d’eccellenza e artigiani della seta.

Tappa Salento

Giù lungo le riserve naturali, la riviera e i borghi degli angeli, vivo è stato il sentire queste terre resistere e lavorare in co-progettazione per la valorizzazione sinergica del patrimonio culturale, archeologico e naturalistico e per lo sviluppo di un turismo integrato, sostenibile e vantaggioso per le comunità locali del nostro paese. 

A settembre, quando il turismo di massa rientrava in città, il Festival ha fatto scalo nelle tappe di Gorizia e Trieste, Brescia, Ravenna, Trentino e Reggio Emilia, riscontrando una grande affluenza e tanti partecipanti in arrivo anche da lontano – ci dicono i coordinatori degli eventi – a fronte di una spesa organizzativa molto bassa ed di un impatto ambientale pari a zero, segno importante che viaggiare si può: basta avere la testa, più che la tasca. 

Tappa Pavia e Oltrepò Pavese

Volutamente collocata in un periodo non di alta stagione, la tappa del Trentino ha lanciato il messaggio che anche le stagioni di mezzo possono offrire interessanti spunti e possibilità di turismo rispettoso dell’ambiente. Del resto discutere di destagionalizzare i flussi turistici non può bastare. 

Con l’arrivo di ottobre e novembre, eravamo ancora in pieno viaggio. Parma, Pavia e Oltrepò, Monferrato, Napoli e Levante Ligure hanno fatto da cornice ad una conclusione del Festival su temi importanti come le disuguaglianze sociali, il rispetto per l’ambiente, il problema delle barriere architettoniche, la multiculturalità e le tradizioni da preservare. 

Tappa Napoli 2019

La natura toglie, la natura dà”, ripetiamo spesso quando parliamo di emergenze ambientali ed è focalizzandoci proprio su un’idea di rispetto e di cura di ciò che ci circonda, che il Festival ha provato in tutti questi anni a sollevare una riflessione. 

In questa XI edizione, di cammini ne abbiamo intrapresi moltissimi, ma ce n’è uno speciale di cui siamo molto orgogliosi ed è quello con Oway, partener ufficiale di IT.A.CÀ che ha sposato gli intenti promossi dal Festival.

L’incontro virtuoso fra le due realtà, quest’anno ha portato una novità importante e in scia alla mondiale #trashchallenge e ai tanti progetti di attivismo ambientale, insieme è stato possibile dare un contributo concreto, organizzando in tutta Italia, camminate ecologiche e responsabili con guanti, sacchi e pinze di raccolta. Da aprile a novembre, il risultato è stato di quasi 2000 sacchi e oltre 900 kg di rifiuti messi insieme attraverso percorsi a piedi, bike tour e trekking per ripulire lungomari, litorali, bacini di fiumi, parchi, aree urbane, giardini e stradelli di accesso.

Cammino pulizia OWAY – Tappa Brescia e le sue Valli

Cammini esperienziali anche questi? Perché no. Impulso verso un attivismo turistico ecologico, unico nel suo genere che coniuga il piacere della lentezza e del sentire la natura, ad azioni pratiche e concrete, mirate a preservare la bellezza dei luoghi. Chiudiamo il nostro report 2019 con un discreto zaino sulle spalle, pieno di nuove idee, incontri, esperienze, best practices, messaggi e riflessioni importanti sul futuro del nostro turismo, che IT.A.CÀ non vede l’ora di svuotare nella prossima edizione del Festival.

Ringraziamo tutti coloro che ogni giorno con il loro lavoro e la loro passione rendono sempre più forti i principi di sostenibilità economica, ambientale e relazionale dei nostri territori locali e incoraggiano la comprensione dei principi del turismo responsabile tra viaggiatori, aziende, istituzioni e operatori turistici.

Tappa Levante Ligure

Iscriviti alla nostra newsletter per essere aggiornati sulle news di IT.A.CÀ in Italia ma anche in giro per il mondo. Grazie di cuore a tutti coloro che hanno partecipato ai tanti eventi dal nord al sud d’Italia!

Vi aspettiamo nel 2020 con tantissime novità: non vediamo l’ora di ripartire 🙂

 •••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••

Report IT.A.CÀ Bologna 2019
Report IT.A.CÀ Parma 2019
Report IT.A.CÀ Brescia e le sue Valli 2019
Report IT.A.CÀ Calabria di Mezzo 2019
Report IT.A.CÀ Gran Sasso 2019

 

Blog IT.A.CÀ
Responsabile Comunicazione Nazionale 
Sonia Bregoli
 

Un viaggio tra la “restanza” delle tappe di IT.A.CÀ 2019

Cari viaggiatori e care viaggiatrici,

 in tanti ci avete chiesto il nostro personale punto di vista sul tema di IT.A.CÀ 2019 e per questo siamo qui a scrivervi. La parola Restanza di cui abbiamo parlato nel nostro blog per annunciare il tema di quest’anno è un concetto che ha sviluppato l’antropologo Vito Teti nel suo libro, pubblicato nel 2014, Pietre di pane. Un’antropologia del restare.

[..] Etica della restanza si misura con l’arrivo degli altri, con la messa in custodia del proprio luogo di appartenenza, con la necessità di avere riguardo, di avere una nuova attenzione, una particolare sensibilità, per i nostri luoghi.
 A volte facciamo l’elogio dei luoghi e poi li deturpiamo: quindi quest’etica del restare comporta anche una coerenza tra la scelta di rimanere e quella di dare, concretamente, un senso nuovo ai luoghi, preservandoli e restituendoli a una nuova vita [..]” cit Vito Teti

Il significato della parola “Restanza” sottintende il concetto di stanziarsi, fermarsi in un luogo, continuare ad essere, sussistere. Per noi quello della “Restanza” è un concetto in fieri, in divenire, che cambia e si adatta allo scorrere del tempo e ai luoghi.

Un tempo si restava in un luogo perché si possedeva la casa, la terra, perché le radici della propria famiglia erano profonde e difficili da sradicare o perché al contrario non si aveva scelta e andare via era più difficile che restare. Oggi, invece, tante case restano disabitate, alcuni borghi meravigliosi di Italia scompaiono mentre altri si sovrappopolano perché non è più il concetto di possesso che ci lega al territorio quanto più quello di scelta.

Foto di gruppo dei coordinatori delle tappe nazionali – Montefredente Appennino bolognese

Per questa ragione abbiamo chiesto ai rappresentanti delle tappe di IT.A.CÀ 2019 di raccontarci come hanno declinato il tema della “Restanza” per offrirvi uno spaccato più ampio di vedute sull’argomento.

Ogni descrizione è un “piccolo idillio” come direbbe il nostro caro Leopardi, che descrive da nord a sud, da est ed ovest la nostra penisola e contribuisc a dare l’idea di quanto sia diverso eppure cosi unito il nostro paese. Buona lettura!

Abbiamo chiesto ai coordinatori delle nostre tappe di declinarci il tema della Restanza nei loro territori!

IT.A.CÀ Parco Nazionale Monti Sibillini

“Restanza per noi è la riscoperta di un nuovo abitare le terre colpite dal sisma. Memorie e tradizioni perdute per strada, comunità aperte e inclusive che si prendono cura l’una dell’altra, messa in discussione dei modelli di sviluppo ostili e calati dall’alto, territorio come bene ma anche come responsabilità comune, centralità e tutela del patrimonio naturalistico, rivendicazione dei servizi negati e perduti. Diritto a partire, restare, tornare, arrivare. Dovere di accogliere e non abbandonare.” – cit Chiara Caporicci e Patrizia Vita

IT.A.CÀ Parco Nazionale Monti Sibillini – Ussita

IT.A.CÀ Bologna e Appennino

La restanza può essere il tratto comune di una rete di cittadini che non solo promuove un diverso concetto di sviluppo turistico, non accettando la realtà passivamente, ma mette in atto progetti collaborativi che producono discontinuità anche su un piano politico e culturale più vasto. Da questo punto di vista, IT.A.CÀ si presenta come un grande laboratorio in cui ha luogo una sperimentazione a più voci su come procedere verso uno sviluppo sostenibile. Un esperimento di democrazia partecipativa, o meglio progettuale, dove non solo si discute di cosa fare, ma si fa anche ciò di cui si è discusso, in un’ottica di ricerca-azione circolare.

Foto di Noemi Usai – IT.A.CÀ Bologna e Appennino bolognese 2019

Quando gli attori locali decidono di non abbandonare il loro territorio e di attivare dei processi di collaborazione e di resistenza per mantenerlo in vita, la restanza diventa un impegno politico e sociale, e non solo economico, per un cambiamento che parte proprio dalla comunità locale, dalle sue tradizioni e risorse, per uno sviluppo innovativo e sostenibile.

Restanza, dunque, come nuova modalità di riscoperta e convivialità sul territorio, di agire responsabile che stimola utopie quotidiane collettive – cit Pierluigi Musarò 

IT.A.CÀ Rimini e le Sue Valli

“Coniugare il tema della restanza è per noi pensare a una città che vive aldilà dei mesi estivi e dei turisti che la visitano e che si anima e comunica la sua natura, non solamente balneare, a partire dai cittadini che la abitano e dalle comunità che ospita. Un territorio vivo 12 mesi all’anno e non solo 3 o 4 come molti ancora pensano. Parlare di sostenibilità e valorizzazione della cultura locale è quindi fondamentale nel momento in cui pensiamo a Rimini e i suoi territori non come qualcosa da consumare, ma da scoprire, valorizzare, in cui restare e costruire relazioni sociali, culturali, economiche, anche tra cittadini e turisti, volte alla scoperta, al dialogo, alla realizzazione di azioni sostenibili e virtuose che possano durare nel tempo.” cit Elisa De Carli

IT.A.CÀ Calabria di mezzo

“Restanza è arrivare. È il traguardo di un viaggio alla scoperta del mondo, alla scoperta di noi, nel confronto con l’altro. Restanza è la partenza. È l’avvio di un secondo viaggio alla scoperta di noi, nel confronto con noi stessi ed il luogo che scegliamo. Restanza è progetto radicato, scelta consapevole, è dimenticanza del sé che si dissolve nell’importanza dell’agire per il luogo giusto, per noi, in quel momento.”  Cit – Ricardo Stocco 

IT.A.CÀ Salento

“Per la rete IT.A.CÁ Salento la restanza è la capacità di vivere con pienezza e consapevolezza in un territorio geograficamente lontano dai centri del potere politico ed economico del Paese; godere a pieno del legame privilegiato con l’ambiente che abitiamo rispettandolo e tutelandolo; convivere con le tracce di un passato meticcio che abbiamo avuto in eredità dai nostri padri e che rappresentano per noi oggi un forte capitale culturale e sociale in termini di memoria e identità collettiva.

Nonostante le pur notevoli difficoltà che questo Sud spesso ci impone nel raggiungere obiettivi e sogni non ci sentiamo esclusi dai grandi processi sociali che riteniamo essere ancora più evidenti in una terra di frontiera e di confine come il Salento (giustizia ambientale, migrazioni, identità multiple, ecologie dei saperi).Le riflessioni teoriche e le pratiche sociali delle associazioni della rete IT.A.CÀ, che da anni si occupano di migrazioni, turismo responsabile e accessibile, formazione e cultura, sono il nostro strumento politico per costruire comunità plurali e inclusive e per accogliere la restanza come valore positivo”. Cit Marta Vignola 

IT.A.CÀ Gran Sasso

“Sul Gran Sasso e nei Monti della Laga la Restanza è quella degli abitanti, storici e temporanei, che tenacemente cercano metodi e strumenti condivisi per contrastare il fenomeno dell’abbandono dei borghi storici, accentuato dalle ultime calamità. La Restanza è anche quella accoglienza diffusa e integrazione sociale, che vede oggi giovani pakistani, curdi o kossovari ospitati nell’area del cratere sismico portare avanti tradizioni e mestieri storici, oltre che adoperarsi per il recupero e la valorizzazione di sentieri e aree protette.” cit Giovanni Berardi 

IT.A.CA Gran Sasso 2019 parte aquilana del parco nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga

IT.A.CÀ Gorizia – Trieste

“Per noi la restanza è la possibilità di affacciarci ad un festival nazionale come  IT.A.CÀ e apre ad una rete di contatti e collaborazioni con realtà fuori dal semplice contesto del Friuli Venezia Giulia. Questo per noi non è soltanto un’opportunità ma anche la possibilità di creare un momento dove sederci tutti ad uno stesso tavolo: realtà che fino ad oggi non avevano ancora pensato di collaborare e cooperare, si ritrovano a pensare di percorrere insieme lo stesso percorso accumunato dalla sostenibilità del turismo, il rispetto dell’ambiente e delle culture. Questo restituisce non solo enorme valore al nostro territorio, ma anche forte curiosità di voler continuare a confrontarci. La nostra scelta di portare il festival qui a Trieste e Gorizia è perché ci sentiamo di voler condividere casa” – cit Francesca Giglione 

IT.A.CÀ Brescia e le Sue Valli 

“La Restanza come reimpossessarsi del proprio territorio e delle possibilità che questo offre. Per una popolazione, sia cittadina che montana, abituata a migrazioni per lavoro o per transumanze, si tratta di ricordare, scoprire o riscoprire, luoghi che sono nel profondo della memoria di ognuno.

Restanza è condivisione, partecipazione e scoperta. Condividiamo i nostri luoghi: per rinnovarli. Allarghiamo la partecipazione: è energia rigenerativa. Scopriamo lo stupore: un punto di riferimento.Turismo accogliente con i bambini alla scoperta, con i giovani, energia di rinnovamento, con gli adulti, per cambiare i punti di riferimento”. Cit Amaranta Zizioli 

IT.A.CÀ Brescia e le sue Valli

IT.A.CÀ Ravenna 

Che fai resti? Si resto qua. 

Perché? Perché voglio fare un lungo viaggio alla scoperta della mia identità, della mia terra e accogliere chi arriva. C’è una parola in grado di esprimere il senso profondo di questo atteggiamento. Restanza.  È un concetto che assume un significato molto forte nell’economia del turismo dove l’esperienza di chi viaggia è profondamente condizionata dai valori, comportamenti, atteggiamenti e attitudini di chi ospita, di chi accoglie, di chi resta.

Con il Festival IT.À.CA a Ravenna si parla di turismo sostenibile e responsabile con una nuova prospettiva che mette al centro le persone, la loro accoglienza e identità come motivazione di viaggio, il patrimonio culturale come valore da capire e non solo da ammirare,  l’ambiente come tesoro da custodire, la mobilità come parte dell’esperienza di viaggio. In una terra che ha fatto dell’accoglienza il suo brand e in una città che ha saputo preservare nel tempo il suo grande patrimonio storico e ambientale cosa si deve fare perché il viaggio diventi un’economia che produce e ridistribuisce ricchezza lasciando nei viaggiatori il desiderio di trasformare il loro viaggio in un momento di restanza! Cit Lidia Marongiu

IT.A.CÀ Trentino

“Per noi la via della Restanza è un filo teso tra chi vuole esserci e l’attenzione al proprio territorio, alla propria casa. Significa non restare indifferenti, scegliere la possibilità di essere qui ed ora. Per noi Restanza, quest’anno come non mai, ha il valore della speranze e delle rinascita.” cit Linda Martinello 

IT.A.CÀ Trentino 2018

IT.A.CÀ Reggio Emilia

“Restanza: ovvero ciò che, permanendo nel contemporaneo dei territori e delle comunità, attraversa le trasformazioni sociali, economiche e culturali di un passato, e diviene eredità per un futuro comune destino. È hardware, ma soprattutto software rigenerato e adottato. È patrimonio materiale ed immateriale, fondativo, condiviso, unico, raro e prezioso, da riconoscere, riproporre e rinnovare.” cit Vittorio Gimigliano 

IT.A.CÀ Parma

“Restanza è preservare la memoria storica dei territori, far risuonare oggi le voci di tutte le storie antiche e vicine che il nostro territorio ha ospitato. In questo senso, “restanza” per noi è anche “resistenza”, significa cioè far resistere le voci del passato e ascoltare cosa ancora hanno da dirci. La restanza nel nostro territorio non è soltanto il tentativo di resistere allo spopolamento delle zone montane dell’Appennino Parmense (che è già in tanti casi un fenomeno drammatico e quasi irreversibile); ma anche resistere allo spopolamento “culturale” di alcuni quartieri della città e zone della provincia. Il nostro tentativo è quello di riportare cultura in questi quartieri e rinnovarne i luoghi di incontro, perché tornino a essere zone vive e con una forte identità territoriale.” cit Andrea Merusi e Elisa Binini 

IT.A.CÀ Pavia

“La restanza a Pavia è intesa come una riscoperta del proprio territorio. Restanza è attivarsi in città come in Oltrepò per una presa in cura dei luoghi che parta dai cittadini salvaguardando tradizioni e risorse ma aprendosi agli altri. La seconda edizione del festival vuol essere una nuova modalità di conoscenza della città e della sua compagna per uno sviluppo innovativo e sostenibile”. cit Corrado del Bò

IT.A.CÀ Monferrato 2017

IT.A.CÀ Monferrato 

“La Restanza è una parola rotonda. Una parola il cui significato è una mescolanza di errori, bellezza, stimoli, silenzi e qualità; una matassa aggrovigliata che ha il desiderio di srotolarsi piano piano per recuperare la fedeltà delle cose mobili, sane e intelligenti.

Un luogo speciale, un giardino da curare, condividere, odioso, al punto da amarlo, nel quale stare in buona compagnia o da soli, per lasciare che l’immaginazione si muova liberamente nel tempo e nello spazio. La Restanza per noi è un fazzoletto di terra, l’attesa, un’alba per respirare, uno sconfinato pretesto a colori dove ritrovare l’umanità, per un futuro presente.” cit Massimo Biglia 

IT.A.CÀ Napoli

“Un tempo partivamo noi, oggi siamo noi che dobbiamo accogliere. Il tema della restanza nella città di Napoli diventa una misura dell’accoglienza di viaggiatori, turisti, migranti o nuovi residenti che si traduce nella condivisione del capitale di comunità, nel prendersi cura dei quartieri della città, dei beni comuni e gli spazi pubblici, specie di quelli di interesse storico artistico ed ambientale che rischiano il degrado e l’abbandono.” cit Fabio Corbisiero 

IT.A.CÀ Levante Ligure 

“La Restanza è per noi come l’onda di risacca che batte sulla nostra Baia del Silenzio. É la capacità di raccogliere idee e movimenti che partono da lontano, e renderli nostri, qui e ora. Restare o ritornare con un bagaglio di immagini e suggestioni per nutrire le nostre radici e fare crescere il territorio verso il futuro.” cit Marcello Massucco 

E per voi cos’è la restanza?

Se volete raccontarci il vostro personale punto di vista scriveteci a info@festivalitaca.net per condividere la vostra esperienza e le vostre riflessioni.  Per sapere di più e restare informato sulle tappe di IT.A.CÀ 2019 scarica qui il nostro materiale per la stampa 🙂

Blog IT.A.CÀ
Sonia Bregoli & 
Maria Teresa Amodeo

 

 

La restanza di un esempio | Museo Ettore Guatelli [Ozzano Taro – Parma]

Cari viaggiatori e viaggiatrici 

vi comunichiamo che  questa domenica 8 settembre il Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro (PARMA) – luogo di restanza – festeggerà il ricordo di Ettore Guatelli con una festa dedicata alle “Persone”. Casa Guatelli, prima ancora che diventasse Museo, è stata un polo di aggregazione. Essa richiamava attorno e dentro di sé persone, individui che con la loro opera manuale e intellettuale lasciavano testimonianza della vita di un’epoca.

In vista della tappa parmense del Festival IT.A.CÀ, che si terrà dal 4 al 6 ottobre, abbiamo chiesto a Giuseppe Turchi dell’Associazione degli Amici di Ettore e del Museo di raccontarci l’esempio di restanza rappresentato dal Museo Ettore Guatelli.

––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––

Nell’era della post-modernità il flusso del divenire pare aver subìto una drastica accelerazione. Tutto cambia, nulla resta, nemmeno i sentimenti, ormai sempre più in balìa di relazioni liquide. La logica della posata usa e getta, della bottiglietta di plastica, dello sfruttamento secondo l’utile del momento s’è imposta in ogni ambito della vita umana, l’ha contagiata con i suoi imperativi di velocità ed efficienza. A farne le spese sono stati l’ambiente, la memoria sociale, la salute mentale.

Gli scienziati si sono ritrovati a giocare il ruolo di moderne Cassandre, inascoltati, seppur il collasso da loro profetizzato sia ormai pienamente in atto. I cittadini non vivono più i propri luoghi, non si raccontano, patiscono un vuoto d’identità e partecipazione.

Posti in queste condizioni, gli individui sperimentano con maggior angoscia la condizione esistenziale della precarietà. Precari sono il lavoro, l’educazione, l’informazione, e con essi l’Ego che il mondo occidentale fomenta nel suo narcisismo disgregante.

Da ciò si capisce l’importanza e l’urgenza di fornire dei modelli. L’imitazione è infatti la prima fonte di apprendimento nonché sorgente di comportamenti, il che implica la centralità della nozione di “esempio”. Il valore pedagogico dell’esempio risiede nel suo essere un’esperienza vissuta. In questo senso, esso risulta più completo rispetto a qualsiasi approccio puramente razionale poiché stimola più sistemi cognitivi nel soggetto. E gli esempi validi non mancano, anzi. Una delle più grandi sfide culturali contemporanee è proprio quella di metterli in risalto affinché non vengano occultati dalle mode del momento.

Ecco perché il Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro (PR) merita un’attenzione particolare. Nato dall’idea di un maestro elementare che desiderava omaggiare i lavoratori della campagna, si è evoluto nel corso di cinquant’anni diventando un luogo d’insegnamento per i bambini, sino a configurarsi come uno dei più importanti musei etnografici della civiltà contadina. Qui Guatelli ha raccolto 60000 oggetti di un’epoca in cui la vita quotidiana trascorreva tra impegno costante e grandi fatiche. Triboli, bigonci, setacci, aratri, trapani, torni, pestarole hanno perso la fatica e guadagnato la bellezza, come dicono le guide. Perché il maestro non si è limitato a raccogliere gli oggetti, ma li ha appesi al muro per dare vita a composizioni artistiche uniche nel loro genere. Design spontaneo, lo chiamano, ovvero arte creata con cose umili, ferri vecchi che oggi butteremmo senza pensarci due volte. Ma è proprio qui che si esprime tutta la potenza pedagogica del Museo.

Innanzitutto gli oggetti non sono semplici oggetti, ma cose. Come tali, portano con sé una storia e una testimonianza. Le cose conservano una memoria a cui le guide danno voce, ci dicono da dove veniamo, senza nostalgia, fissando un tratto della nostra identità comune, un caposaldo dove sentirci in qualche modo fratelli. Così facendo il visitatore si trova presto immerso nella dimensione del racconto e dell’immaginazione, ovvero la dimensione di una possibilità che è stata altro rispetto a noi, diversa.

Ma le cose all’interno del Museo non si limitano a parlare. A volte gridano. Passando per le varie stanze sembra quasi di sentire lo sgomento del ferro di fronte agli sprechi perpetrati dalla civiltà odierna. Di ferro infatti è la lama della falce che, troppo usurata per poter tagliare il grano, è stata riconvertita in coltello. Di ferro è il filo con cui si aggiustava tutto, dalle sessole ai testi con cui si cuoceva il pane. Di ferro sono i chiodi che tengono salda la suola di uno scarpone consumato. E sempre di ferro sono le gabbiette di protezione per i fiaschi che i contadini si portavano nel campo durante le lunghe giornate di lavoro. Il vetro costava caro: romperlo era un lusso che non ci si poteva permettere. Ma gridano pure i pantaloni da lavoro rattoppati all’infinito e le scarpette con la “rimonta”, quest’ultima applicata affinché si adattassero alla crescita del ragazzo. Chiedete a loro cosa sono l’obsolescenza programmata e l’usa e getta: risponderanno che si tratta non di parole, ma di peccati.

A casa Guatelli c’era spazio per chi aveva una storia da raccontare e qualcosa da insegnare. Il sapere era ricerca condivisa, magari davanti a un bicchiere di vino e una fetta di salame gentilmente offerti dai padroni di casa. Non che fossero ricchi, tutt’altro. Erano solo ospitali, altro concetto che i tempi moderni stanno erodendo. Nel loro tanto umile quanto bellissimo casale sono passati molti intellettuali di Parma, tra cui Attilio Bertolucci, Cusatelli, Petrolini, Tassi, Viola. Tanti sono stati gli amici che hanno aiutato Ettore a raccogliere e scaffalare le cose. Il Museo, prima che si rendesse conto di essere tale, è stato luogo di aggregazione. Un piccolo faro sul territorio. 

Cosa ci lascia dunque l’opera del Maestro, se non un esempio di estrema attualità? Un modello pieno di sfaccettature, di suggestioni, di argomenti. Perché dovrebbe essere ormai chiaro che il Museo non è solo etnografia, o solo arte. Esso è anche vita, formazione, etica e politica. È l’eredità di scelte sulle quali possiamo riflettere per rielaborare il nostro sapere attuale e formulare nuove ipotesi d’azione.

Non per tornare indietro, sia chiaro. La miseria è stata certamente una forte motivazione per adottare pratiche come il riuso, ma non è detto che debba esserne condizione necessaria. La cura dell’ambiente può passare attraverso un’educazione mirata che porti l’individuo a sviluppare un attaccamento profondo verso le entità non umane.

In una parola, amore, giacché per definizione non si può danneggiare ciò che si ama davvero. Allo stesso modo non dobbiamo pensare che i giovani siano destinati a una vita di individualismo e disinteresse, quasi fossero monadi isolate nel loro benessere. Gli esempi servono soprattutto per loro, affinché sedimentino qualcosa anziché attendere con ansia la prossima distrazione mediatica. 

Attingere dal passato significa dunque recuperare le pratiche che hanno funzionato, metterle sotto esame ed eventualmente rinnovarle alla luce del sapere accumulato. Non per restaurare le vecchie condizioni, ripetiamo, ma per avere una possibilità di andare avanti.

Vi invitiamo assolutamente a fare una visita a questo museo inno della Restanza parmense! 🙂

IT.A.CÀ Blog 
Giuseppe Turchi
Associazione degli Amici di Ettore e del Museo

    

La ‘Restanza Urbana’ | Intervista a Francesca Giglione (IT.A.CÀ Trieste e Gorizia)

Un nuovo esordio per il Festival IT.A.CÀ: il 6 e 7 settembre, infatti, l’unico Festival in Italia sul turismo responsabile e sostenibile debutterà in Friuli Venezia Giulia, dividendo i suoi eventi tra Trieste e Gorizia.

Organizzata da La Collina Cooperativa Sociale, la nuova tappa del Festival ci racconterà la realtà del suo territorio e il suo modo di concepire la Restanza, attraverso le sue buone pratiche di inclusione, di promozione della cittadinanza attiva e di accoglienza. Le identità di Trieste e Gorizia, in particolare, sono fortemente legate a quella che fu definita ‘Rivoluzione Basagliana‘: portata avanti dallo psichiatra Franco Basaglia alla fine degli anni ’80, essa cambiò definitivamente il modo di concepire gli istituti di sanità mentale in Italia e nel mondo, attraverso un approccio più umano e inclusivo nei confronti di chi soffre di malattie mentali.

Francesca Giglione

A parlarci di come la rivoluzione Basagliana attraverserà le attività del Festival e di cosa vedremo in questa due giorni in FVG è Francesca Giglione, coordinatrice della tappa di Trieste e Gorizia, collaboratrice per La Collina e Radio Fragola e studentessa in Diplomazia e Cooperazione Internazionale all’Università degli studi di Trieste.

Quando mi sono imbattuta ne “La Collina” ho capito che questa cooperativa sociale poteva accogliere nel giusto modo questo Festival. La Collina agisce infatti quotidianamente nel rispetto del contesto e delle realtà con cui opera costruendo reti di relazione tali da rispondere ai bisogni della comunità offrendo opportunità di crescita economica sociale e culturale” ci dice Francesca, che risponde oggi alle nostre domande.

Dopo la cosiddetta ‘Rivoluzione Basagliana’ che cambiò per sempre il modo di concepire i servizi di sanità mentale, Gorizia diventa un’eccezione, un esempio in Italia e nel mondo. In cosa consistono gli itinerari basagliani che proponete per la vostra tappa del Festival?

Giorgio Liuzzi e Arturo Cannarozzo, membri dello staff che si occupa degli itinerari basagliani presso la Cooperativa La Collina, mi raccontano come a Trieste, e in parte anche a Gorizia, c’è stato un processo di “Restanza urbana”: un processo di rigenerazione urbana di quello che una volta era il manicomio, quindi luoghi dove le persone venivano dimenticate dalla città. In qualche modo, con il processo di deistituzionalizzazione, si è cercato di giocare sugli spazi per sviluppare una storia personale. Il Turismo qui è stato scelto come motore di integrazione e scambio di buone prassi per far conoscere quel che è avvenuto.

Il manicomio consisteva nel tentativo, da parte di un’istituzione totale, di annientarti come uomo e come individuo privandoti della libertà e identità personale. Qui Itinerari Basagliani vuole proprio affermare la Resistenza di queste persone, di Franco Basaglia e del suo staff, in una Rivoluzione che consiste proprio nel ridare libertà, dignità e nuova vita.

Franco Basaglia

Gorizia e Trieste sono le prime città del FVG ad abbracciare il concept del turismo responsabile. Quella del turismo responsabile può essere considerata un’altra rivoluzione per questo territorio e perché?

Il territorio del Friuli Venezia Giulia ha già un alto impatto turistico. Un esempio lampante può essere quello dello Slowtourism finanziato dal Programma europeo per la cooperazione transfrontaliera Italia-Slovenia, dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dai Fondi nazionali. Prendendo spunto dalle parole del Professor Moreno Zago (responsabile del gruppo di ricerca di Slowturism, docente di Sociologia del Turismo, Sociologia delle Relazioni Internazionali e Sociologia dei Confini all’Università di Trieste) descriviamo quella che è una nuova filosofia di viaggio realizzata grazie al turismo lento e di qualità: la valorizzazione e promozione di itinerari turistici slow tra l’Italia e la Slovenia.

Ilaria Bastiani, ciclo viaggiatrice e referente della Cooperativa La Collina per le aree dell’isontino, evidenzia anche il valore dello Slow Collio: un itinerario che attraversa zone famose per la produzione vinicola, tramite percorsi ciclo-pedonali promossi da un tipo di turismo responsabile e sostenibile. Nel goriziano i progetti di cooperazione transfrontalieri con la Slovenia, attivi grazie al GECT (Gruppo Europeo di Collaborazione Territoriale), ricoprono una buona parte degli investimenti economici. Per queste ragioni, parlare di rivoluzione dal punto di vista turistico sarebbe errato, poiché è una regione che attrae e vuole attrarre un determinato tipo di turismo.

Confrontando le diverse realtà attive sul territorio emerge come la rivoluzione nell’approcciarsi a questo festival consista in una nuova apertura e riscoperta di noi. Qui capita di vivere il turismo quasi in forma individuale: IT.A.CÀ diventa quindi per noi occasione dove sedersi tutti intorno ad uno stesso tavolo, accomunati dagli stessi valori, riproponendosi in una nuova dimensione nazionale.

Edificio nel Parco San Giovanni a Trieste

Quali necessità del territorio e della sua comunità hanno spinto a creare una tappa del Festival proprio qui e quali benefici sociali ed economici può portare la promozione di un turismo responsabile e sostenibile sul territorio?

Per rispondere a questa domanda ho deciso di incontrare Perazza Franco, ex direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Gorizia e componente dell’Assemblea del GECT.

Franco evidenzia come, una volta venuti a conoscenza di quello che è questo festival, è parso subito interessante parteciparvi, soprattutto per una città e una regione che è sostanzialmente immobile. Gorizia in modo particolare è una città vecchia che ha difficoltà ad immaginarsi un futuro. Fortunatamente, ci sono molti giovani che hanno una spiccata sensibilità per diversi aspetti sociali e ambientali. A questo punto, il festival qui risulta essenziale e di grande valore.

Tutta la regione è una regione di confine. Un tema, quello del confine e del rapporto con gli altri, che determina la sua identità. L’esperienza del GECT mette in forte contatto la popolazione italiana con quella slovena. Un festival che si ispira a questi valori, di vicinanza all’altro, ci è parso subito molto importante, ancor di più se legato a quella che è l’unicità e particolarità della storia basagliana nei due parchi (Parco San Giovanni a Trieste e Parco Basaglia a Gorizia).

I benefici sono sicuramente legati alla possibilità di sviluppare un tipo di cultura e allo stesso tempo favorire una conoscenza del territorio che per alcuni aspetti è sconosciuto perché periferico. La voglia è quella di restituire interesse e potenziale al territorio, smuovendo la comunità (soprattutto goriziana) e facendo l’uscita da questa condizione depressiva di quasi rassegnata decadenza che vive, grazie ad un tipo di turismo niente affatto scontato e portatore di valori con benefici per chi viene ma anche per chi accoglie. Cerchiamo di far emergere una solidarietà politica e sociale diffusa, poiché si tende ancora a polarizzare la regione, con grosse competizioni che creano conflitti.

Il festival qui permettere di valorizzare ogni storia senza sminuirne un’altra. La parola Restanza ci era apparentemente sconosciuta ma, soffermandoci sull’intrinseco significato che essa racchiude, ci rendiamo conto di come forse non saremo abituati a parlarne, ma certamente a viverla! La leggiamo un po’ come la parola chiave o simbolo della rivoluzione che questo territorio ha vissuto e vive: IT.A.CÀ non è ancora arrivata qui ma ci sta già insegnando qualcosa di noi.

Ingresso di Parco Basaglia, Gorizia

Anche in Friuli Venezia Giulia si sta verificando lo spopolamento delle zone montane. Che tipo di “restanza” è possibile proporre per incentivare le comunità montanare a reinvestire sul proprio territorio e su sé stessi?

Per capire quali siano le migliori tipologie di Restanza decido di incontrare Margherita Bono, sociologa di formazione ora coordinatrice del progetto di salute e sviluppo di comunità che agisce nelle micro-aree, sintetizzabile come “Territori in Azione”.

Margherita ci racconta come tutta l’area triestina sia in spopolamento. In dieci anni la popolazione nelle aree urbane è diminuita drasticamente; vero è che la situazione nelle città è differente rispetto a quella montana. L’esperienza di Margherita ci permette di avere un quadro generale in grado di descrivere le situazioni di fragilità. Quel che permette di riattivare le risorse, e creare Restanza tramite il rinnovamento e la crescita, è una presenza dedicata.

Serve qualcuno, anche da parte delle istituzioni, che sia presente nel territorio. Una figura, non per forza singola ma anche un gruppo, che dia una presenza continuativa, tessendo relazioni e nuovi punti di vista. Se giocata in maniera aperta, può davvero aiutare ad essere un incubatore di progetti e possibilità da svilupparsi poi nel sistema. Un sistema che magari non dà risposte nell’immediato alle esigenze, ma che dà fiducia e che innesca nei soggetti l’idea che qualcosa si può fare.

Parco San Giovanni, Trieste

Altrettando valide, ed essenziali, sono le parole del professor Giovanni Carrosio: membro del gruppo di supporto alla Strategia Nazionale per le Aree Interne e membro della Società Europea di Sociologia Rurale.

Giovanni porta una riflessione circa la popolazione giovane residuale: in molti comuni, più del 40% della popolazione ha più di 65 anni. Quindi, prima ancora che di Restanza, sarebbe corretto parlare di “Riabitare”. Negli ultimi 4 anni, tramite il lavoro svolto con Strategia Nazionale per le Aree Interne, sono state selezionate 72 aree in tutta Italia dove le comunità marginali non sono state indicate dai classici indicatori di natura economica, bensì in base alle capacità dei cittadini, ovvero se e come i cittadini sono in grado di accedere ai diritti di cittadinanza.

Le aree sono state mappate tramite la distanza che i cittadini devono percorrere per raggiungere il primo ospedale che abbia un punto nascita, il primo comune con offerte di scuole secondarie superiore e il primo comune con una stazione ferroviaria. Quindi la mancanza di sviluppo è stata valutata con un nuovo modello: quello dove manca la capacità di esercitare appieno i diritti di cittadinanza.

Una strategia per far restare le persone sul territorio consiste nell’investire sui servizi alle persone con una logica molto simile a quella delle micro-aree: costruire politiche rivolte ai luoghi e mappare i fabbisogni di comunità che emergono in questi luoghi dando risposte territorializzate (cosa ancora molto difficile). Alcuni esempi già realizzati sono gli asili nel bosco, l’ostetrica di comunità e simili.

Dunque, cosa serve per fare Restanza?

Per fare Restanza dev’esserci un livello essenziale di cittadinanza, quindi di servizi minimi garantiti indipendentemente da dove si vive (che ci ricorda essere un po’ quello che afferma l’articolo 3 della nostra Costituzione, dove tutti devono avere diritti sostanziali indipendentemente dal reddito o etnia, ma a cui aggiungiamo che questo avvenga anche indipendentemente dal luogo in cui abiti, poiché questo influisce sull’accessibilità).

In ultimo un’importante riflessione: dobbiamo fare qualcosa perché le persone restino lì o dobbiamo fare qualcosa perché le persone decidano in piena libertà e autonomia dove andare a vivere?
Un tipo di Restanza potrebbe essere quella di vedere questi territori come spazi liberi quindi come laboratori di nuovi modelli di sviluppo.

 

Blog IT.A.CÀ
Giovanni Nolè

Il teatro a piedi sulla via francigena | Intervista a Simone Pacini

Cari viaggiatori e viaggiatrici, 

 oggi nel nostro blog IT.A.CÀ siamo in compagnia di Simone Pacini autore del libro “Il Teatro sulla via Francigena” diario di bordo del laboratorio itinerante “Il teatro… su due piedi – camminata in Toscana e Loi-et-Garonne” realizzato dal Teatro Metastasio Stabile della Toscana e dal Théâtre École d’Aquitaine con la partecipazione di allievi-attori delle rispettive scuole. 

Simone Pacini

Simone è stato nostro ospite all’undicesima edizione della tappa bolognese presso lo spazio di Officina15 a Castiglione dei Pepoli nell’Appennino bolognese. 

Il libro si propone come il resoconto del social reading realizzato dall’autore in occasione del progetto unico e multidisciplinare che ha visto alternanza di momenti di teatro a momenti intensi di trekking. L’evento ha messo in relazione i territori, la formazione teatrale, l’arte e il turismo in un percorso di alta formazione di 300km articolatosi lungo la via francigena. Il teatro, in questo caso, si pone come uno sguardo solidale, complice sul territorio, sul “paesaggio umano” e sulle persone che, nell’ottica della restanza, hanno deciso di vivere in luoghi lontani dalla città eppure in molti casi culturalmente vivi.

Cosa vi ha portato a scegliere la via francigena come meta del vostro cammino e delle vostre passeggiate “situazioniste”?

Quando sono stato chiamato il progetto era già definito. La Francigena (letteralemente “nata in Francia”) era ed è il terreno ideale per un progetto che attraverso il cammino voleva far dialogare l’Italia e la Francia. Questo lo spiega benissimo l’allora direttore del Teatro Metastasio Paolo Magelli, ideatore del progetto insieme al fondatore del Théâtre École d’Aquitaine Pierre Debauche, nell’introduzione del libro.

Il teatro su due piedi ha l’obiettivo di mettere in sintonia gli attori con il genius loci. Quali sono stati i luoghi che ti hanno colpito per la loro vivacità? 

Quelli italiani li conoscevo già per la loro grande tradizione culturale e artistica. La nostra compagnia teatrale temporanea ha messo i piedi in luoghi ricchissimi di storia come San Miniato, Certaldo, San Gimignano, Lucca e Siena (senza dimenticare gli altri).

Con le nostre scarpe da trekking e il nostro teatro, e grazie alla Francigena, li abbiamo cuciti insieme. Mi hanno colpito moltissimo per la loro vivacità alcune realtà francesi che non conoscevo e che ci hanno ospitato: a Stazzona l’incredibile teatro dell’associazione L’Aria in Corsica, uno spazio in legno per il teatro e il circo che svolge un’attività annuale di formazione e spettacoli in un minuscolo paese.

E poi anche il Théâtre Huguette Pommier nella piccolissima Monclar in Lot-et-Garonne. Teatri dove non te li aspetti. È proprio vero: in Francia il teatro è ovunque!

 Questo tipo di teatro è stato definito come un esercizio di empatia e di resilienza. Ci sono degli elementi che accomunano il teatro e il tema del viaggio?

Sicuramente la fatica! Anche il teatro ha bisogno di tantissima abnegazione sia da parte di chi va in scena che di chi resta dietro le quinte. Attori ed escursionisti stanno spesso fianco a fianco, si sostengono l’un l’altro. Mettersi in cammino è come recitare: solo che davanti a noi non ci sono gli spettatori ma (spesso) paesaggi mozzafiato! 

In molti casi il web è fondamentale per comunicare le peculiarità e le attività che si possono svolgere in un territorio, cosa si intende con l’espressione “con i piedi per terra e la testa nel cloud”?

La mia partecipazione a questa avventura nasce dal web, dal progetto parallelo allo spettacolo che avevo sviluppato con il mio blog fattiditeatro denominato “#teatrosu2piedi – I commedianti dell’arte 2.0 del terzo millennio” che si proponeva di raccontare il territorio attraverso la narrazione del trekking teatrale sul web.

Foto di Noemi Usai

Il libro, arrivato un po’ di anni dopo, rappresenta la volontà di mettere nero su bianco tutte queste emozioni, per renderle immortali, ma anche la voglia di fare un passo indietro, di “retrocedere”, di tornare alla carta stampata, mettendo per un attimo da parte il web. Non esiste un e-book del libro, infatti, per mia scelta personale. 

La frase “con i piedi per terra e la testa nel cloud” è di Carlo Infante, changemaker e fondatore di Urban Experience, che da anni seguo e che considero un maestro. Carlo spiega benissimo la frase nella postfazione al volume: si tratta di agire i territori, camminarli, calpestarli e utilizzare le possibilità del web – le reti, i cloud – per connetterci e connettere le nostre idee. Per un utilizzo attivo delle nuove tecnologie.

Sei stato uno degli ospiti di IT.A.CÀ 2019 Appennino, c’è qualcosa in particolare che ti ha colpito di questo territorio? 

Foto di Noemi Usai

Mi ha colpito moltissimo toccare con mano il tema della “restanza” leit-motiv di questa edizione del festival. Vedere quanti giovani si adoperino per il loro territorio cercando di rilanciarne l’artigianato e il turismo culturale. Ero convinto che per vivere serenamente fosse fondamentale andar via, ad un certo punto della propria vita, dal luogo in cui si è nati. Io sono nato e cresciuto a Prato città che è una via di mezzo fra il paese e i grandi agglomerati urbani, quindi da un certo punto di vista luogo ideale dove vivere perché non soffre la solitudine del piccolo borgo né la frenesia della metropoli. Me ne sono andato relativamente tardi (a 29 anni), ho vissuto la fuga dai luoghi dove sono cresciuto come una liberazione e non mi sognerei mai di tornarci. Per adesso.

Ringraziamo Simone per essere stato con noi, vi consigliamo di leggere il suo libro per trovare degli spunti per percorrere la via Francigena seguendo il sentiero dei teatri itineranti e riscoprendo una “restanza” con quel sapore di teatro popolare 🙂

Buone camminate a tutti/e!

Blog IT.A.CÀ
Maria Teresa Amodeo

 

La Restanza come rivoluzione | Intervista a Ricardo Stocco di IT.A.CÀ Calabria di Mezzo

Care amici viaggiatori e amiche viaggiatrici,

La prima, emozionante volta di IT.A.CÀ Festival del Turismo Responsabile nelle terre della Calabria di Mezzo è ormai alle porte dal 21 giugno al 7 luglio.

Eventi storici, enogastronomici, sportivi, culturali e teatrali, oltre a tanti convegni e itinerari da scoprire, si snoderanno attraverso i territori dell’entroterra calabrese dal 21 giugno – giorno in cui verrà inaugurato il Festival a Tiriolo (CZ) – al 7 luglio, all’insegna del concetto della Restanza, il cui “padre”, l’antropologo Vito Teti, che sarà ospite di questa prima tappa, deve le proprie origini proprio a queste terre calabresi da riscoprire e valorizzare.

Ricardo Stocco

A presentarci la genesi e le prospettive dello snodo calabrese del Festival IT.A.CÀ è Ricardo Stocco, archeologo dell’Università di Padova, che dal 2014 ha diretto e coordinato i lavori nell’area archeologica di Gianmartino, a poche centinaia di metri dal centro di Tiriolo. L’intervento archeologico in questione ha fatto emergere una straordinaria scoperta: sotto il campo su cui furono effettuati gli scavi, un pezzo di città antica risalente al terzo secolo avanti Cristo, il cosiddetto “Palazzo dei Delfini“, è venuto nuovamente alla luce dopo secoli di buio.

Questo episodio ha profondamente sconvolto la vita di comunità di Tiriolo, con la popolazione locale che ha visto in questi scavi un’opportunità di valorizzazione del territorio senza precedenti. Un’occasione, per chi Resta, di far fruttare questa fortuna e di investire sul proprio borgo: da questo entusiasmo collettivo è nata Scherìa Comunitá Cooperativa di Tiriolo, la quale, attraverso il progetto “TirioloAntica”, si pone l’obbiettivo di gestire e rigenerare il patrimonio culturale locale, costruendoci sopra una nuova economia basata sulla valorizzazione del territorio e sulla coesione della comunità locale, che finalmente decide di rimanere piuttosto che di partire.

Qual è stato il processo che ha portato alla creazione della Cooperativa di Comunità Scherìa e qual è la sua mission?

Schería nasce formalmente nel novembre del 2016, sulla spinta dell’entusiasmo generato dalla scoperta del sito archeologico di Gianmartino di Tirolo, avvenuta nel 2015, e della sua valorizzazione in Parco archeologico urbano, nell’aprile 2016. Quel pezzo di Tiriolo antica ha animato la Comunità, alimentando il bisogno e la voglia di tramutare il proprio patrimonio culturale in un’occasione reale di crescita socio-economica.

Su tale base, Schería si è sin da subito posta la medesima mission per tutte le forme del patrimonio della Comunità: dal patrimonio eno-gastronomico a quello naturalistico, dal patrimonio umano-sociale alle sue varie declinazioni artistiche ed artigianali.

Palazzo dei Delfini

La Calabria è una regione storicamente colpita da dinamiche illegali che segnano quotidianamente il tessuto culturale, civico e politico: che valore ha sviluppare un progetto come “TirioloAntica” in questa terra e come si ricollega all’obiettivo di rilanciare il territorio di Tiriolo nel mercato turistico?

In premessa va detto che Tiriolo è uno di quei rari contesti estranei alle dinamiche illegali dichiaratamente mafiose. L’immagine che a volte si ha di una Calabria interamente e costantemente esposta a questo tipo di fenomeni viene rapidamente scardinata in chi visita questa Comunità e questo territorio. Per cui sicuramente Schería e il suo progetto TirioloAntica non hanno incontrato gli stessi ostacoli che avrebbero incontrato in altri contesti della Calabria.

Ciò nonostante appare oggi chiaro ai nostri occhi che, proprio perché incentrato sulla promozione culturale e turistica, TirioloAntica deve comunque fare i conti con alcune dinamiche non esclusivamente locali, dal momento che il confronto con il territorio regionale è d’obbligo. Proprio in tal senso, anche nella creazione della rete che è alla base di Calabria di Mezzo, si riscontra quotidianamente che le spinte, belle e virtuose, che arrivano dal basso, rischiano di spegnersi velocemente o di restare cattedrali nel deserto per l’assenza di una programmazione organica “di supporto” dall’alto.

Oltre a ciò, va ricordato che non è necessario operare in contesti interessati dalla criminalità organizzata per riscontrare problemi più genericamente culturali o mentali che certamente rallentano i processi virtuosi, rendono più difficile il raggiungimento di obiettivi altrove quasi naturali o scontati e impongono molto più tempo per riuscire a progettare e a sviscerare le cose.

Il rovescio della medaglia è che quasi quotidianamente si hanno segni e dimostrazioni del fatto che, anche un progetto semplice, quale può essere il  progetto di gestione di un piccolo museo archeologico e di un piccolo parco archeologico, come è TirioloAntica, in contesti problematici può diventare una vera e propria rivoluzione, in grado di intaccare alcuni dei principali atteggiamenti mentali su cui si basano le problematicità della Calabria.

La parte più difficile, per le Comunità e le Cooperative che intraprendono queste strade, comincia proprio quando si iniziano a concretizzare le occasioni di rottura e si deve scegliere fra gli equilibri di prima e la prospettiva di un domani diverso. È qui che anche processi virtuosi e buoni rischiano di ripiegarsi su strategie solo apparentemente innovative, ma nella sostanza uguali a quelle di sempre.

Quale può essere il valore aggiunto nel far parte della rete nazionale del festival IT.A.CÀ per il vostro territorio?

Il valore aggiunto è quello di poter acquisire in visibilità, ma non attraverso gli strumenti che tradizionalmente si adottano per cercare visibilità ‘turistica’, quanto piuttosto rivolgendosi ad un target particolare, molto sensibile a tematiche che ci stanno a cuore, quali la fruizione lenta e consapevole del territorio e delle sue persone.

Ciò permette, secondo noi, di veicolare il messaggio che c’è un’altra Calabria, fatta non solo di bei luoghi, ma anche di belle persone che da anni restano qui e resistono per sostenere e dare sviluppo a processo virtuosi. Non da ultimo, il Festival è stato per noi l’occasione per evidenziare (prima di tutto a noi stessi) che procedendo per campanili ed iniziative spot, non si va da nessuna parte, e che anche in Calabria si può cooperare, si può co-progettare.

Scherìa prende il nome dall’isola dei Feaci, citata da Omero nel viaggio che porta Ulisse verso Itaca. Proprio come Ulisse passò per Scherìa prima di raggiungere l’agognata meta, l’approdo del Festival IT.A.CÀ a Tiriolo può essere considerata una tappa importante per promuovere tra le istituzioni e i cittadini un turismo responsabile e sostenibile in Calabria?

Certo che sì. È in fondo quello che dicevamo prima. Il concetto è: non è necessario chiudersi nei villaggi turistici sulla costa e farsi portare in giro, in visite in modalità toccata e fuga, da enormi pullman. Ma si può scoprire la Calabria a piedi, in mountain bike, in gruppi piccoli o grandi, comunque sempre concedendo al territorio e al suo patrimonio il tempo che essi richiedono davvero.

Quale stimolo vi è alla base del modello di ‘restanza’ sviluppato a Tiriolo, connotato dallo stretto legame tra il territorio e la sua comunità che non vuole abbandonare la propria terra?

Lo stimolo alla base è il forte legame che i Tiriolesi hanno con i proprio luoghi. L’associazione fra Tiriolo e la Schería omerica non è inappropriata, da questo punto di vista. Certamente anche Tiriolo ha subito i processi di emigrazione e spopolamento delle aree interne dell’Italia, ma ancora molti sono i giovani che restano o che decidono di tornare.

Ancora molte sono le persone che vivono la storia, la tradizione e il territorio della Comunità in modo sentito e partecipato. Proprio su questa base abbiamo provato a sviluppare un modello di restanza basato sul concetto ‘di tutti, davvero‘ che, nel caso del patrimonio archeologico, vuol dire scavi aperti, non reinterrati, museo gestito dall’impresa di Comunità, che si riapre alla co-progettazione, anche insieme a soggetti esterni all’impresa medesima.

Nel caso del patrimonio artigianale vuol dire: non al chiuso della bottega, ma anche per i bambini ed i laboratori didattici. Nel caso del patrimonio diffuso vuol dire anche con corsi interni di autoformazione, perché tutti si sentano in diritto e in dovere.

Solo così la restanza non è una casualità ma una scelta. Naturalmente, a ciò abbiamo provato ad associare una forte integrazione con il contributo ‘dell’altro’, dell’esterno, che può arricchire il processo non solo se ha competenze specifiche ma anche per il semplice fatto di mettere in campo punti di vista e porre punti interrogativi diversi da quelli a cui è abituata la Comunità.

Ringraziamo Ricardo per l’intervista e vi consigliamo assolutamente di partecipare a questa prima importante tappa. Di seguito trovate il programma completo degli eventi dedicati al turismo responsabile in Calabria > Evento fb | Programma 

Buon festival a tutti/e 🙂

Blog IT.A.CÀ
Giovanni Nolè

Cosa sono i Piccoli Comuni del Welcome? | Intervista a Angelo Moretti

Care amici viaggiatori e amiche viaggiatrici

alle soglie della tappa bolognese del festival (programma dal 24 maggio in poi), andiamo a scoprire una realtà molto interessante, che ha trasformato i punti critici dei paesi al di sotto di cinquemila abitanti in risorse per valorizzare il territorio, preservarlo dall’abbandono e promuovere la riscoperta di luoghi storici. Un movimento dal basso molto inerente al tema nazionale del festival per questa edizione: restanza.  Stiamo parlando della rete dei “Piccoli Comuni del Welcome” e, per l’occasione, intervistiamo Angelo Moretti, Referente della rete. 

In cosa consiste l’iniziativa di “Piccoli Comuni del Welcome” e come è nata l’idea?

In viaggio verso l'accoglienza

Il Camper del Welcome

Nasce per stanare un gap informativo nei piccoli comuni del Sannio. Apparentemente tutti i piccoli comuni della provincia di Benevento erano contrari all’accoglienza dei migranti. Le amministrazioni comunali sentivano forte l’avversità dei cittadini ai centri di accoglienza e per questo sentimento contrario ai CAS ( i centri di accoglienza straordinaria che hanno occupato tanto spazio fisico ed immaginario ) si era ingenerata una gran confusione tra valore dell’accoglienza e pratica dell’accoglienza. In tutta la provincia di Benevento, colpita da anni di crisi economica, disoccupazione giovanile, spopolamento, abbandono di terre e di case, i Comuni rifiutavano ingenti finanziamenti per lo sviluppo locale, quali potevano essere gli Sprar, i sistemi comunali di accoglienza di richiedenti asilo. Eravamo insomma in un paradosso: comuni morenti per mancanza di abitanti e di economie rifiutavano nuove economie e nuovi abitanti in virtù di una paura apparentemente inspiegabile. 

L’unica vera spiegazione era il misunderstanding: i Cas stavano funzionando in tutta la provincia come enti assistenziali e speculativi, avevano occupato immobili abbandonati persi nelle campagne , avevano messo insieme 50, 100 ragazzi in grandi casermoni, nessuno di questi ragazzi poteva lavorare nelle comunità perché lasciati soli nelle loro giornate. Si era ingenerata nei paesi la convinzione che l’accoglienza italiana fosse un’esperienza disastrosa ed insignificante per i territori. In molti casi i migranti accolto nei CAS si accontentavano di pagamenti a giornata in agricoltura che aumentavano notevolmente il dumping sociale a sfavore sia delle popolazioni autoctone che ormai potevano dimenticarsi il lavoro a giornata in agricoltura sia di altri migranti già stanziali. Chi viveva nei CAS con vitto, alloggio e pocket money poteva accontentarsi anche di 10,15 euro giornaliere nel campi contro i 55 previsto per legge.

Quando abbiamo avviato la campagna abbiamo subito intuito che il gap era lì: i comuni non conoscevano nè gli Sprar nè il Reddito di Inclusione nè il Budget di Salute. I sistemi di welfare più innovativi non informavano le agende politiche di piccole comunità sotto i 5 mila abitanti dell’entroterra campano, non erano solo i sistemi di accoglienza “ordinari” ad essere conosciuto , ma tutto il welfare era confuso.

Di fronte alla rabbia degli ultimi dimenticati della globalizzazione, le popolazioni dei comuni interni di Italia, nessuno li aiutava a connettere master plan di sviluppo locale con il welfare. Decidemmo allora con la Caritas Diocesana di lanciare un bando pubblico di 7 milIardi di euro (la somma dei budget di salute, dei fondi Sprar non utilizzati, del Reddito di Inclusione e del Piano di Sviluppo Rurale) ai piccoli comuni.  un’ottica di sviluppo locale. Iniziammo così a girare comune per comune ed alla fine raccogliemmo in pochi mesi un enorme risultato.

Benevento a maggio 2017 risultó nella graduatoria degli Sprar la prima provincia “Welcome” di Italia, con 14 nuovi Sprar approvati, a fronte dei 5 che erano attivi prima della campagna. Nel frattempo l’utilizzo dei budget di salute facevano sorgere qua e là nella provincia Alberghi Diffusi e Fattorie Sociali ad opera di ragazzi disabili liberati dalla strettoia delle cliniche e dei centri riabilitativi in cui erano stati relegati. Ed ancora: i detenuti dei territori scontavano la loro pena in misura alternativa bei luoghi che poi presero il nome di Piccoli Comuni del Welcome. Insomma la rivoluzione del Welcome era avviata e portava cambiamenti notevoli nei territori. Oltre 4 milioni di euro di progetti vinti, nuovi abitanti, nuovi lavoratori , nuove economie nell’agricoltura, nell’artigianato, nel turismo.

Come può l’integrazione culturale tra migranti e locali contrastare il progressivo decadimento dei piccoli comuni? Quali sono le iniziative che si possono attuare grazie all’utilizzo della rete? 

I migranti sono per lo più persone giovani e famiglie con bambini . Non sono “risorse” come strumentalmente la vulgata, anche dei “buonisti”, vuole affermare, sono energia vitale. Nel 70% dell’Italia, quella formata da quei comuni sotto i 5 mila abitanti che vanno via via spegnendosi, non mancano le risorse mancano le energie per attivarle.

Gli anziani hanno già messo remi in barca e sanno che i loro figli e nipoti non abiteranno più quelle terre, i giovani italiani dell’entroterra hanno tutti un progetto migratorio. Mettere insieme quest’isola di energie stanche con le energie straordinarie di chi ha attraversato mare e deserti per arrivare dove è, è un’occasione unica. Se ben orientate, queste energie possono essere determinanti. Sognare che una terra incolta torni ad essere produttiva significa avere un sogno di “restare” in quella terra.

Ciò che abbiamo sperimentato è che giovani italiani e giovani africani ed asiatici potevano sognare insieme. Abbiamo fatto nascere le cooperative di comunità come forma di integrazione tra migranti ed autoctoni in una idea di impresa locale finalizzata al riabitate ed al riusare le terre e le tradizioni, per rigenerare i luoghi. Abbiamo messo insieme vere e proprie filiere produttive di vino, olio, conserve, artigianato tessile ed in legno. Abbiamo elaborato pacchetti turistici nei Borghi del Welcome. Abbiamo rilevato un’antica pasticceria ed un bistrot nel pieno centro storico di Benevento.

Oggi oltre 220 persone lavorano con noi , tra questi ci sono contadini, barman, artigiani, chef , mediatori culturali, operatori sociosanitari che prima erano nostri utenti ed oggi sono soci e collaboratori.

In che modo la rete dei Piccoli Comuni del Welcome intende proteggere i territori, dal punto di vista della valorizzazione del patrimonio storico e della conservazione ecologica?

In Primis valorizzando i luoghi che rischiano di essere dimenticati perché non produttivi . Inoltre la più grande attesa della Rete dei Piccoli Comuni del Welcome. È far riscoprire l’attrattività di luoghi dimenticati. Nei nostri piccoli comuni un paesaggio, una casa di campagna , un panorama , una vecchia Fontana, ma anche un racconto orale , un metodo di lavoro della pasta fresca e dell’uncinetto, possono essere all’improvviso degli importanti asset per questa nuova attrattività, sia per chi resta sia per chi arriva.

Quali aspetti della salvaguardia dei piccoli territori che valorizzerete durante gli eventi di IT.A.CÀ 2019 e cosa vi aspettate dal contatto con altri comuni nel corso del festival?

Nessuno si salva da solo. I piccoli comuni del Welcome hanno futuro solo se creano reti positive e virtuose con altri territori ed altre reti. Da IT.A.CÀ 2019 ci aspettiamo di poter stringere nuove reti per la valorizzazione della nostra piccola esperienza di rigenerazione rurale in una visione più ampia di Italia!

Quindi non resta che invitarvi all’appuntamento che li vede protagonisti nel nostro festival per conoscere da vicino questo importante movimento – il 31 maggio a Marzabotto dalle h10.00 in poi presso il Parco Peppino Impastato > link evento.

Vi aspettiamo 🙂

Blog IT.A.CÀ
Arianna Piazzi

Palio del Grano – La Restanza nel Cilento | Intervista a Antonio Pellegrino 

Carissimi amici viaggiatori e amiche viaggiatrici,

Antonio Pellegrino

oggi nel nostro blog vi raccontiamo una bellissima esperienza di Restanza (tema IT.A.CÀ 2019). Il progetto è nato a Caselle in Pittari, provincia di Salerno, nel territorio del Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. 

Il Palio del Grano è una grande festa dal forte contenuto popolare, una gara di mietitura a mano che rappresenta la fase conclusiva di un lungo percorso di condivisione e riscoperta della propria identità rurale. L’idea ha preso forma grazie ad Antonio Pellegrino, laureato in Sociologia, che insieme ad altre persone di Caselle di Pittari, ha coltivato la volontà di ridare vanto al mondo contadino valorizzando il territorio sia dal punto di vista culturale che naturalistico. 

Antonio, qual è la motivazione che vi ha spinto a far nascere il Palio del Grano?  

La motivazione è nata, come accade spesso a chi è del sud, in seguito ad un’esperienza di emigrazione. Dopo un periodo vissuto in Toscana e dopo aver conosciuto la tradizione del Palio, decisi di ritornare e di mettere in piedi un palio con contenuti che appartenevano alla mia terra. Da lì, nel 2005 è nato il primo Palio del Grano con lo scopo di ridare linfa al contesto territoriale del Parco del Cilento attraverso la competizione storica della mietitura. 

Nel 2008 sono iniziate le attività di recupero delle antiche semine, tramite l’associazione Terra Madre, che ha costituito la comunità del Cibo Slow Food “Grano di Caselle” e la Biblioteca del grano. La comunità del cibo grano di Caselle raggruppa contadini, ristoratori e panificatori di Caselle in Pittari.

Partendo dall’azione di recupero delle sementi “ianculidda” e “russulidda”, si è voluto fondare un percorso di filiera produttiva incentrato sulla qualità del cibo, sulla sostenibilità ambientale di tali produzioni e sulla riconoscenza socio-economica del proprio lavoro.

Come si è sviluppato successivamente il progetto?  

Nel 2010 si sono uniti al progetto 8 paesi cilentani, abbiamo così creato un gemellaggio con gli 8 rioni di Pittari durate la festa. Da questo legame nasce proprio il primo “Cumparate”, una rete informale di buone relazioni incentrata su rapporti di condivisione e collaborazione. La festa viene messa in piedi dalla comunità che organizza il palio e dai partecipanti stessi con l’obiettivo di essere un grande contenitore popolare sotto un’unica matrice socio culturale: il mondo contadino. 

Nel 2012, viene fondata la cooperativa sociale Terra Resilienza, che si occupa di agricoltura sociale, produzione agricole di qualità, turismo esperienziale e di tutte le attività rivolte al recupero di tradizionali pratiche civili dei territori rurali e sviluppo dell’innovazione sociale.  

Nel 2017 abbiamo aperto con la cooperativa il mulino Monte Frumentario per concretizzare un lavoro comunitario di ricerca, riproduzione e diffusione delle coltivazioni di grano locale. 

Camp di Grano

Dal 2012 nella settimana che precede il Palio del grano, sono attivi i Campi di Grano, con una trentina di giovani impegnati a lavorare alla preparazione della festa. Si tratta di una settimana di vita rurale, in cui si impara dagli antichi contadini cilentani l’arte della mietitura tradizionale e di tutti i processi di lavorazione del grano fino alla molitura a pietra. Un momento laboratoriale, di osservazione e sperimentazione, di esperienza e di conoscenza, di scambio e di apprendimento. 

“Abbiamo deciso di investire nella nostra terra, il Cilento, un territorio rurale e ai margini dello sviluppo economico. Crediamo in una crescita endogena del Mezzogiorno dei paesi, capace di una rivoluzione culturale e delle colture. Vogliamo riscoprire il senso dei luoghi. Transizione e innovazione sociale sono pratiche che nascono dalla terra e dalla solidarietà. Alcune visioni del mondo bisogna prima praticarle e poi predicarle. Lavorare nel segno della resilienza.”

Voi parlate di Restanza e Resilienza, cosa ne pensate di questi concetti e come si collegato con quello che fate? E Perché per voi sono importanti?  

Tra i propositi principali alla base del Palio c’era invece quello di ridare la giusta dignità allo stretto legame che la nostra comunità ha con la terra, andando a riscoprire il valore dell’antica cultura contadina e inquadrando questa connessione sotto una nuova ottica: non più qualcosa di cui vergognarci ma qualcosa da cui partire per costruire opportunità. 

Il grano, come ho detto in precedenza, è uno dei uno dei fattori culturali più caratteristici del nostro territorio. All’epoca dell’ideazione del Palio, la rilevanza che il grano aveva sempre rivestito nella nostra comunità era presente, non solo come memoria, ma anche nella quotidianità delle famiglie che continuavano abitualmente a fare il pane in casa. 

Nell’edizione del 2017, abbiamo voluto giocare con i 5 Re: Resistenza, Restanza, Resilienza, Relazione e Residenza. La modernità ha annientato tutti i legami con il passato, ma c’è la voglia di istituire nuove relazione che portino a un futuro prossimo, per muoversi bisogna mettere le radici. 

“La restanza ci permette di dare dignità a chi resta, ci fa superare il rimpianto per non essere partiti”.

     Turismo responsabile/sostenibile e restanza: sinergie? Cosa gli può unire?  

Abbiamo lavorato su un turismo esperienziale, cercando di raccontare e trasmettere quello che facciamo, ma la sensazione non era di un vero contatto. Di fatto stiamo cercando di coinvolgere le persone con scambi più lunghi, creando relazioni che non siano solo monetarie e puntando sulle sinergie. 

Per me il vero turismo è nato con i pastori, con il loro viaggiare da una zona all’altra per portare a pascolare il gregge. Il turismo ha senso se ci sono sinergie se esiste una dimensione di scambio, se si è realmente interessati a conoscere le persone.

Il Palio vuol essere un’enciclopedia del vivere e del fare festa, nella quale i saperi tradizionali si manifestano con la loro essenzialità e si riaffermano con orgoglio, diventando motivo di incontro e di allegria ma anche e soprattutto vanto per chi fino a ieri ne aveva avuto vergogna.

Ringraziamo Antonio per averci raccontato questa bellissima storia di Restanza, non resta come sempre di augurarvi buon viaggio e perchè no nel Cilento, sempre in maniera responsabile 🙂

Blog IT.A.CÀ
Andrea Massimo Murari 

Eventi

Nessun risultato

Spiacente, nessun articolo corrisponde ai tuoi criteri