Il blog nasce dall’idea di portare a conoscenza del pubblico tutto ciò che circonda il tema del turismo responsabile!
Nel corso degli anni abbiamo intervistato moltissime realtà, differenti tra loro, ma che condividono la stessa passione per il viaggio, cercando di offrire uno spazio nel quale far sentire la propria voce, esprimere le proprie idee e promuovere la propria attività.

Walk&Work: Va’ Sentiero arriva a Castiglione dei Pepoli (Bo) | Sabato 9/11

Refill finalmente in Italia | Il modo più semplice di bere acqua senza passare dalle bottigliette di plastica

Cari amici viaggiatori e amici viaggiatrici 

oggi vogliamo parlarvi di questo bellissimo progetto che sosteniamo assolutamente, finalmente arriva anche in Italia Refill, l’app che segnala tutti i punti [bar, ristoranti, fontane, luoghi pubblici] dove ricaricare la borraccia con acqua fresca, sicura e a impatto zero.

Non c’è più tempo

Che sia arrivato il momento di cambiare il nostro rapporto con la plastica è un dato di fatto, che non ci sia più tempo da perdere lo dicono gli scienziati, che per creare un cambiamento ci vogliano sforzi enormi è semplicemente un’idea sbagliata.

se riempiamo, non inquiniamo

Portare sempre con sé una borraccia è un gesto semplice, che sta diventando sempre più comune, la difficoltà si incontra quando si cerca un posto in cui fare il pieno di acqua.
E qui arriva Refill Italia: un sistema semplice, inclusivo e gratuito che mette in connessione, attraverso una App con geolocalizzatore, i locali che aderiscono al progetto e chiunque abbia bisogno di riempire la propria borraccia.

basta un click

Sono già tanti i bar, i ristoranti, i locali pubblici che sull’onda del “plastic free” hanno accolto con entusiasmo questa iniziativa, applicando sulla loro vetrina l’adesivo blu che contraddistingue ogni Punto Acqua, facilmente rintracciabile sulla mappa del nostro Paese attraverso la App.

ogni goccia conta

L’hashtag con cui si sta diffondendo questo progetto green
è #refillrevolution, ma più che una rivoluzione Refill vuole essere una scelta, che porterà trasformazione. Una goccia alla volta.

Scarica la presentazione in pdf del progetto> REFILLITALIA
Scarica la locandina > locandina REFILLITALIA

A noi il progetto piace veramente tanto: più acqua pura e libera dalla plastica 🙂

Per info & contatti 
Enrica Grassi +39 333 777 0778
Margherita Cavalleri +39 339 8375096
info@refillitalia.org

L’interessante sinergia tra “restanza” e volontariato

Un contributo di Giuseppe Turchi dal Festival IT.A.CÀ Parma che si terrà dal 4 al 6 ottobre 2019 

Restare. Anche quando le condizioni non ti permettono di fiorire. Anche quando le pressioni esterne sono così forti da farti perdere la speranza. Servono radici forti, per restare, ma ormai stiamo perdendo anche quelle. Mancano motivazione, interesse, relazione. 

Masereto

Sembra quasi di sentirlo, il sibilo spettrale dell’aria che spira tra le vecchie case dei piccoli borghi di collina. Non fosse per qualche coraggioso agricoltore o per i villeggianti estivi, assisteremmo all’abbandono più totale. Entrambi, però, si limitano a utilizzare il luogo per lavoro o per fuggire dai miasmi della città. Laddove non c’è abbandono si percepisce comunque isolamento, lontananza. E se si sta lontani, non si comunica. No, nemmeno con i social. Perché quello che si mette in comune tramite Internet sono spesso vane parole, quando invece è l’azione in presenza quello che servirebbe. Attraverso di essa rinsalderemmo quelle radici che, parafrasando Bauman, si stanno progressivamente liquefacendo.

Ma perché tutta questa enfasi sulle radici? Per propagandare conservatorismo, sovranismo, campanilismo, o qualunque altro -ismo si voglia aggiungere? No. È che le radici lunghe e robuste sono spesso sinonimo di cura (oltre che di identità), e cura fa rima con attenzione e impegno. Ricreare tutto questo in un borgo di collina può fornire un esempio ispiratore per interventi su più larga scala.

Masereto

Ma è davvero possibile? La risposta è sì.

Da un paio d’anni seguo l’attività di due APS che operano nella provincia di Parma. Si tratta di Bontà dell’Appennino e Casola delle Olle, la prima impegnata sul territorio delle Valli del Taro e del Ceno, la seconda attiva principalmente a Casola, frazione del comune di Terenzo che si innesta lungo la Via Francigena. Grazie all’instancabile opera dei loro – è bene sottolinearlo – volontari, borghi dimenticati hanno visto accorrere centinaia di persone alle quali sono stati presentati i frutti dei tanti progetti in essere.

Penso per esempio all’installazione “Vita & volti dell’Appennino” che ha visto i muri delle case di Masereto e Selva Grossa adornarsi con pannelli ritraenti i nostri nonni e bisnonni. Oppure al progetto di messa in ordine dei sentieri del comune di Solignano, o ancora al libro L’affascinante civiltà rurale in un territorio della Via Francigena dove si raccolgono oggetti, immagini, toponimi e itinerari connessi al borgo di Casola. Per non parlare poi dei mercatini e di tutte le occasioni ricreative all’insegna del buon cibo. 

Tanti sono anche i convegni già svolti e in preparazione, tutti volti alla valorizzazione del territorio e del suo patrimonio culturale. Valorizzazione che, bisogna specificare, non si limita a voler fornire una mera attrattiva per il consumatore. Al centro vi è infatti un discorso di salubrità e genuinità dei prodotti alimentari, nonché la cura dei campi e dei boschi nel rispetto dei ritmi naturali. Ciò implica una lotta al degrado, all’inquinamento e allo sfruttamento intensivo voluto dalla grande industria.

In questi due anni, insomma, ho potuto sperimentare i risultati di un lavoro eseguito con passione. Un lavoro che ha unito tante amministrazioni, comunità e associazioni (tra queste ultime vanno citate la Comunità di Selva Grossa e la Pro Loco di Solignano). Davvero incoraggiante è stata inoltre la partecipazione di adolescenti e giovani adulti. Sono loro infatti i soggetti attivi che più di tutti potranno fare tesoro di questi modelli partecipativi per poi, si spera, svilupparli e replicarli. D’altronde se non vi sono attaccamento e senso della cura, vi sono frammentazione e infelicità. Così come senza una spinta proattiva vi sono solo vacue lamentele e declino costante.

Comunità Selva Grossa

Certo, oggi non è facile “sacrificare” il proprio tempo per un’attività di volontariato. L’ottica del piacere e del guadagno immediati soverchia spesso quella del fare qualcosa per altri, senza considerare il livello di stress a cui la vita contemporanea ci sottopone – a proposito di questo, mi è giunta voce che Bontà dell’Appennino si sta interessando in merito al valore terapeutico del cosiddetto “forest bathing”, ovvero una full immersion rigenerativa nei boschi, risorsa che certo non ci manca e che può contribuire allo sviluppo di una coscienza ecologica nel cittadino.

L’ordine di gratificazione dell’associazionismo è differente rispetto a quello meramente egoistico, ma ciò non significa che sia qualcosa di debole e impercettibile. La fatica viene tutta ripagata quando si vedono tante tavolate piene in un borgo di poche anime, quando dai rovi si ricava uno spazio di convivialità circondato dagli alberi, quando i prodotti locali fanno sfoggio di tutta la loro meraviglia lungo la via. In tutto questo c’è un’estetica che appaga il cuore e lo educa a una prospettiva ecologico-sociale, dandoci un motivo per restare.

PROGRAMMA FESTIVAL PARMA 

Blog IT.A.CÀ
Giuseppe Turchi
Coordinamento IT.A.CÀ Parma 

 

Restanza, Ritornanza e Integrazione nell’Appennino Parmense | Intervista a Maria Molinari

Cari viaggiatori e viaggiatrici 

oggi nel nostro blog ci trasferiamo sull’Appennino parmense in attesa della tappa di IT.A.CÀ Parma che si terrà dal 4 al 6 ottobre 2019 (link programma) e intervistiamo per voi Maria Molinari – Guida Ambientale Escursionistica che vive a Berceto, un paese di montagna di circa duemila abitanti che è situato nell’Appennino Parmense.

Maria Molinari

Ha studiato Antropologia Culturale all’Università di Bologna e dopo alcune esperienze di cooperazione internazionale ha intrapreso una strada professionale incentrata sul tema dell’inclusione dei migranti. Oggi progetta e coordina progetti a sfondo culturale nelle Valli Taro e Ceno e cerca di mettere a servizio le sue esperienze professionali per lo sviluppo del territorio convinta, come lei stessa dichiara, “che aprirsi al cambiamento sia l’unica via possibile”.

In vista della tappa parmense del Festival IT.A.CÀ – il cui tema quest’anno è quello della “Restanza” – abbiamo chiesto a Maria di raccontarci dei suoi progetti passati e futuri e del rilancio sostenibile delle terre appenniniche. 

Parlaci della “tua” Berceto: come mai una ragazza giovane come te, che ha svolto esperienze internazionali in varie parti del mondo, ha deciso di tornare a vivere in un comune di montagna di duemila abitanti? Sei per caso un esempio di “ritornanza”?

Ho sempre vissuto a Berceto e, per necessità di cose, come tutti qui in montagna, ho dovuto spostarmi dall’età di 13 anni. Si viaggia per raggiungere le scuole superiori, le università e il lavoro. 

Dopo anni di lavoro a Parma, in cui tornavo a casa sempre nel week end, ho deciso di ritornare stabilmente a Berceto a vivere e lavorare. Per noi lo spostamento è naturale. Poi negli ultimi anni ho deciso di convogliare le energie nello sviluppo del mio territorio, e mi sono anche resa conto che per riuscirci è necessario il continuo colloquio montagna – città: la montagna ha bisogno della città così come (e sono convinta che lo sarà sempre di più), la città ha sempre più bisogno di montagna che, non dimentichiamolo, in Italia costituisce la sua spina dorsale, geografica e culturale.

Nel corso dei tuoi studi e nelle tue esperienze professionali hai scritto e approfondito il problema dello spopolamento dei territori montani. Cosa significa per te il termine “restanza” e com’è l’andamento demografico degli ultimi anni nei territori da te studiati? Indipendentemente dal numero di residenti ritieni che sia cambiato il modo di vivere nelle comunità?

È profondamente cambiato il modo di vivere. Non sto a dilungarmi sui numeri: basta aprire internet e vedere le linee della popolazione appenninica che direzione seguono. Il modo di viverlo, l’Appennino, è completamente differente rispetto ai primi anni del secolo scorso in cui io non ero presente, ma ho avuto la fortuna di intrecciare i racconti di chi c’è stato e di provare a capire. 

Berceto

È differente il modo di concepire il luogo in cui si vive oggi, non solo in montagna, ma in ogni angolo di mondo. Siamo da nessuna parte e ovunque, e questo non solo grazie alla nostra capacità di movimento, notevolmente aumentata, ma anche grazie alla comunicazione.

Vivere in paese, significa anche prendersi cura di quello spazio e lavorare affinché diventi bene o male simile a quello che ti sei immaginato nella tua testa. Significa farlo insieme a coloro che lo vivono con te.

“Restanza” non è un termine che mi entusiasmi particolarmente, benché vada quasi di moda. Mi rendo conto che sia un fenomeno nuovo quello del restare dopo decenni di partenze verso un altrove, ma io non mi sento di essere una persona che resta con fatica, come indica la parola, appunto, che riporta la “resistenza” nel restare.  

Abbiamo tutti bisogno di un angolo di mondo pulito e a contatto con chi ci ha dato vita, la vera terra. Lo abbiamo sempre avuto. Tutti abbiamo bisogno di rapporti puliti e semplici, di stare almeno un po’ in mezzo al verde, di prendersi cura di uno spazio e di viaggiare per poi tornare. Io sono capitata qui, e lavoro affinché questo possa diventare ancor di più un bell’angolo di mondo, come si suole fare di un luogo quando i tuoi piedi lo calpestano.

Progetti di accoglienza e integrazione dei migranti, sullo stile del “modello Riace”, possono essere una soluzione allo spopolamento dei territori? 

Ho lavorato 15 anni nel campo dell’accoglienza migranti (di cui metà in montagna) e posso dire che di passi ne sono stati fatti avanti tanti, ma anche tanti indietro, a livello nazionale. Il modello Riace non lo conosco a fondo e non penso si possa replicare un modello là dove abbiamo migliaia di micro contesti in Italia, con differenti storie e prospettive di sviluppo. Quello che è certo è che vi sono enormi difficoltà nell’accogliere in montagna, ma vi sono altresì enormi opportunità. 

La prima opportunità che mi viene in mente è la dimensione del piccolo e della conoscenza reciproca. Quello che va al di là dell’umanità quando parliamo del diverso inferocendoci, è sempre la distanza. Quando si è in un piccolo paese, la distanza è ridotta. La distanza tra le persone, se si vuole, si riduce in un attimo. Non vi sono numeri, ma persone; non vi sono volti indistinti, ma nomi. Questo non vale solo per coloro che vengono da fuori, ma vale per ciascuno di noi, ove ognuno, per forza di cose, diviene un personaggio. È più raro l’anonimato, e dunque più raramente si lancia il sasso colpendo qualcuno e nascondendo la mano, poiché da qualcun’altro si viene quasi sempre visti.

In merito alle difficoltà, purtroppo sono le stesse che hanno anche i suoi residenti di lungo termine. Sono le stesse che hanno i nuovi abitanti e sono le stesse che si continueranno ad avere se non si cambia rotta in termini di attenzione alle vie di sviluppo del paese. E se vogliamo ancora una volta parlare di numeri, per tornare a rispondere alla domanda, essi sono “già” una risposta allo spopolamento dei territori, ma la nostra miopia razzista non ce ne fa rendere conto universalmente.

Noi di IT.A.CÀ Parma intendiamo la “restanza” come una sorta di “resistenza”, riteniamo cioè importante far resistere le voci del passato e insegnare ad ascoltarle per scoprire cosa ancora hanno da dirci. Anche tu, durante le tue escursioni, dai molta importanza alla valorizzazione delle tradizioni orali e ti interessi alle leggende e ai miti che fanno da sfondo ad una cultura in trasformazione. Da cosa è nato questo interesse e perché lo ritieni importante?

Un territorio non è fatto solo di geografia e di rilievi. Non è fatto di mero panorama o aria buona. Ciò che compone un luogo è fatto soprattutto di pensieri che li hanno corsi e di segni che lasciano chi ci vive, o che hanno lasciato chi ci ha vissuto. Mi è parso naturale, quando ho cominciato a portare le persone a conoscere i luoghi, trasmettere ciò che “possiedo” di un posto, non ciò che non conosco direttamente. E lo faccio con naturalezza, anche se a volte ho la pretesa di prepararmi.

Inoltre, in paese stiamo lavorando alla Casa di Augusto, che è una vecchia casa, proprio come una di quelle che c’erano una volta in paese, con la stalla al piano terra e l’abitazione al piano superiore. Due stanze e una cucina, nient’altro, senza luce, ne acqua in casa. Senza bagno. Una casa poverissima. Bè, adesso quella casa è diventata museo vivente di comunità. Cosa significa? Significa un luogo dove raccogliere e mostrare memoria, dove testimoniare e produrre cultura dove tutta la comunità è chiamata a crearla e dove è la stessa comunità che, raccontandosi, produce memoria > link 

Come vedi il tuo paese tra venti anni? Che futuro prevedi per il nostro Appennino Parmense?

Al di là di quello che può accadere a livello climatico, ed io non ho le carte per ipotizzare nulla, posso solo allertarmi per la preoccupazione generale di una pianura in futura ebollizione, vedo persone stanche della congestione cittadina. Forse le vedo semplicemente poiché sono in continuo contatto con loro, ma le vedo in aumento. Salire le valli ed arrivare con un sacco di speranze, è un esperienza che stanno facendo in tanti. Tra vent’anni lo vedo così il nostro Appennino Parmense: una corsa alle case, oggi vuote, per una loro (si spera) ragionevole e contestualizzata ristrutturazione.

Non resta che invitarvi a fare una visita alla Casa di Augusto e partecipare alle tante attività presenti nella tappa del festival a Parma 🙂

IT.A.CÀ Blog 
Andrea Merusi 
Coordinatore tappa di Parma

 

“RACCONTAMI UN POSTO” | Con-corso di storytelling per parole e immagini

Quando interviste e ritratti fotografici si incontrano per conoscere l’altro attraverso le sue esperienze di viaggio responsabile e accessibile.

A cura di Alessandro Busi, Lorenzo Scaldaferro, Simona Zedda per COSPE Onlus

Posso accedere? è la domanda che molte persone si fanno e pongono quando devono recarsi in un luogo, ma Posso accedere? è anche la domanda che sottende all’incontro con l’altroposso accedere alla tua esperienza? Posso accedere al mondo dal tuo punto di vista?

Anche lo scrittore e il fotografo fanno la stessa domanda ai propri personaggi: si mettono nei loro panni per sentire quello che sentono loro, vedere quello che vedono, percepire quello che percepiscono. Ma come sente e vede il mondo una persona sorda, una persona con il passeggino, una persona cieca, un anziano? In linea con l’accessibilità universale cui vuole sensibilizzare il progetto Padova per tutti, la scrittura e la fotografia possono essere un’occasione utile per comprendere l’esperienza dell’accessibilità in un modo nuovo.

CORSO 

COSPE Onlus nell’ambito del progetto PADOVA per TUTTI, propone un corso inclusivo di 10 incontri della durata di 2 ore circa ciascuno, presso gli spazi del CSV (Centro Servizi Volontariato) di Padova.

In questo percorso, i partecipanti si metteranno in gioco con la scrittura breve, non finalizzata solo alla produzione di un testo letterario, ma con l’attenzione puntata alla costruzione di un’esperienza altra dalla propria. Per fare ciò, lo strumento privilegiato sarà quello dell’intervista come strumento di interazione.

Prendendo a modello ilprogettoHumans of New York di Brandon Stanton, ma anche di altri autori che hanno fatto della brevità il loro punto di forza, vedremo come sia possibile raccontare una storia in poche righe, come sia possibile intervistare senza essere invadenti, affinché ogni partecipante possa costruire un proprio set di domande utile a esplorare l’accessibilità e la disabilità nel proprio modo peculiare.

Gli incontri di fotografia prevedono una prima fase tecnica in cui si impareranno le basi della fotografia (ISO, Diaframmi e Tempi), della luce e della post produzione (il file raw, una post produzione semplice, naturale, spontanea, in linea con il progetto). Successivamente ci si confronterà sulla fotografia di ritratto vedendo alcuni importanti esempi e facendo poi degli esercizi pratici in classe. Si cercherà di trasmettere il senso intimo del ritratto, quella connessione unica che si può creare tra fotografo e soggetto e che traspare dal ritratto stesso in quanto immagine sincera della persona immortalata.

Nel corso di ogni incontro si alterneranno momenti pratici e teorici, privilegiando una modalità di apprendimento partecipato ed esperienziale. Fra un incontro e l’altro verranno assegnati ai partecipanti esercizi che funzionino come stimolo per la produzione di testi e foto proprie.

Il corso vedrà un primo incontro di contestualizzazione sul turismo responsabile e accessibile (a cura di Simona Zedda) e continuerà con dieci incontri di 2 ore ciascuno  per sviscerare le modalità dell’intervista (con Alessandro Busi) e la fotografia ritrattistica (con Lorenzo Scaldaferro) per imparare a produrre  una propria foto intervista sul modello Humans of New York di Brandon Stanton. Conoscere l’altro e il suo viaggio quotidiano nell’accessibilità.

LE DATE 

il Mercoledì dalle 20.30 alle 22.30 

  1. 9 ottobre 2019 – Il turismo responsabile: ambiente, comunità locale, accessibilità
  2. 16 ottobr2019 – (scrittura) Conoscenza e reciprocità
  3. 23 ottobre2019 – (scrittura) Cosa raccontare?
  4. 30 ottobre 2019 – (scrittura) Humans of New York
  5. 6 novembre2019 – (scrittura) Costruire domande
  6. 13 novembre 2019 – (fotografia) Impariamo ad usare la macchina fotografica al meglio
  7. 20 novembre2019 – (fotografia) Quando tecnica ed emozione si incontrano: composizione e luce
  8. 27 novembre2019 – (fotografia) Il ritratto fotografico: essenza della fotografia
  9. 4 dicembre2019 – (fotografia) Il ritratto fotografico: ora tocca a voi! Ogni studente porterà in classe tre ritratti scattati durante la settimana, li analizzeremo insieme in ogni aspetto: estetico e tecnico.
  10. Mercoledì 18 dicembre 2019 – Lettura dei testi e delle immagini e conclusioni

DOVE
Centro Servizi Volontariato in via Gradenigo 10, Padova.

 I DOCENTI

Alessandro Busi: (psicologo e psicoterapeuta) oltre a una formazione in ambito clinico, lavora con adolescenti e adulti in vari contesti di gruppo. Parallelamente, nel corso degli anni, ha approfondito lo studio della scrittura creativa, sia come passione personale, sia come strumento in ambito psicologico.

Lorenzo Scaldaferro: fotografo, regista professionista e giornalista. Si occupa prevalentemente di immagini commerciali, ma ha sempre avuto un’attenzione ai temi culturali e sociali. Esperienza decennale come docente di fotografia presso la Scuola Internazionale di Comics. Autore di numerosi documentari ed esposizioni.

Simona Zedda: semiologa specializzata nel rapporto tra comunicazione turistica, sviluppo turistico-territoriale e networking; coordina iniziative ed eventi di impatto sociale, culturale ed ambientale. Per il festival IT.A.CÀ migranti e viaggiatori si occupa di progettazione turistica responsabile e accessibile.

ATTREZZATURA FOTOGRAFICA

Per la partecipazione al corso sarà necessario avere a disposizione una macchina fotografica, sia durante le lezioni per mettere in atto in tempo reale gli argomenti trattati durante il corso, sia per gli esercizi a casa e la partecipazione al concorso “Raccontami un posto”. La fotocamera ideale è una Reflex digitale o una mirrorless, ma non è indispensabile… la miglior camera è quella che hai con te, qualsiasi macchina fotografica è ammessa, fosse anche quella dello smartphone. Si consiglia anche la disponibilità di un computer, meglio se dotato di Photoshop.

ACCESSIBILITÀ DEL CORSO

L’incontro introduttivo è accessibile a persone con disabilità visiva, motoria e a *persone sorde; gli incontri di scrittura creativa sono accessibili a persone con disabilità visiva e motoria; gli incontri di fotografia sono accessibili a persone con disabilità motoria e *persone sorde. *(per le persone sorde è garantito il servizio di interpretariato LIS/IT)
La sala è accessibile e sono presenti wc per persone con disabilità.

CHI PUÒ PARTECIPARE

Tutti e tutte dai 18 anni in su.
La partecipazione al corso è ammessa fino ad un numero massimo di n.20 iscritti.

INFO, ISCRIZIONI e COSTI

Mail | info@padovapertutti.it

335.74.90.329 Sara Miotto (COSPE Onlus)
380.36.68.231 Chiara Conti (COSPE Onlus)

Il corso è a offerta responsabile consigliata:

35€ per chi si iscrive entro il 30 settembre
45€ per chi si iscrive dopo il 1 ottobre
20€ per persone con disabilità visiva e sordi

Il corso prevede la partecipazione a tutti gli incontri, sia di scrittura creativa sia di fotografia (eccetto per le persone con disabilità, vedi dettagli nella sezione accessibilità);  è necessario partecipare almeno 70% delle lezioni per il conseguimento di un attestato di partecipazione.

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“RACCONTAMI UN POSTO”: IL CONTEST PER CONOSCERE IL MONDO

Raccontami un posto è la tua opportunità di raccontare quel pezzo di mondo che hai vissuto a chi ancora non lo conosce, di abbattere i pregiudizi e le paure, di incuriosirci e di farci capire che, dopotutto, non ci vuole tanto: basta sgomberare la mente dai pregiudizi e bagnarsi nel fiume del viaggio, con curiosità e voglia di scoprire. È un format di IT.A.CÀ Migranti e viaggiatori, Festival del turismo responsabile, riadattato al tema dell’accessibilità nell’ambito del progetto PADOVA per TUTTI .

CONCORSO 

Nell’ambito del progetto PADOVA per TUTTI è in programma a inizio 2020 il concorso multidisciplinare RACCONTAMI UN POSTO (responsabile e accessibile).

Gli interessati verranno invitati a ricercare esperienze di viaggio responsabile e accessibile, attraverso la produzione di foto interviste sul modello del progetto “Humans of New York” di Brandon Stanton.

Sulla pagina Facebook del progetto PADOVA per TUTTI verrà pubblicato un album con i lavori dei partecipanti, dando la possibilità al pubblico di votare con un “mi piace” i loro preferiti. Una giuria di esperti poi, sceglierà i 3 lavori da premiare in occasione dell’edizione dedicata al turismo responsabile e accessibile del Festival IT.A.CÀ, in programma a Padova e dintorni a primavera 2020. Inoltre tutti i lavori dei partecipanti verranno esposti in una mostra dedicata.

Il progetto “PADOVA per TUTTI – laboratori, formazione, concorsi, eventi per la città accessibile” prevede una serie di iniziative che hanno per obiettivo quello di promuovere una riflessione intorno al tema dell’accessibilità urbana e proposte di turismo padovano “per tutti” sapendo che una città più accessibile per i turisti lo sarà anche per i residenti. 

Il progetto è promosso da Associazione Vite in Viaggio e COSPE onlus, in collaborazione con Cooperativa Sociale Polis Nova, IT.A.CÀ Migranti e Viaggiatori: festival del turismo responsabile, Festival della lentezza, libreria Pangea, CSV Padova, patrocinato dal Comune di Padova e sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio Padova e Rovigo nell’ambito del Bando Culturalmente 2017.

Evento fb 

“Niente plastica in viaggio” di Di Massimo Acanfora, editor Altreconomia

Cari amici viaggiatori e amiche viaggiatrici 

oggi vi parliamo di questa guida a cura di Elisa Nicoli e Chiara Spadaro che firmano “Plastica addio” (Altreconomia) – in uscita a fine giugno – e spiegano come e perché bisogna eliminare la plastica dalla nostra vita.

I numeri non lasciano dubbi: la produzione mondiale di plastica è di circa 350 milioni di tonnellate, ed è destinata ad aumentare nei prossimi anni. Nei nostri mari, finiscono ogni anno 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. La plastica costituisce il terzo materiale umano più diffuso sulla Terra dopo l’acciaio e il cemento. I sacchetti di plastica sono il prodotto di consumo più diffuso al mondo – [cit Elena Leoparco – link] 

Un capitolo è dedicato al viaggio: essere turisti responsabili significa anche pensare a itinerari plastic free.
I consigli sono tanti: il più importante è quello di procurarsi un “Kit del viaggiatore zero waste” per evitare la plastica usa-e-getta. Ve ne diamo un’ateprima.

Scrive Elisa Nicoli: “Ecco che cosa procurarsi. Un “forchiaio” (…) cucchiaio e forchetta due in uno, per essere sempre pronti a dire di no all’usa e getta. Un bicchiere e una borraccia. Un paio di sacchetti leggeri per la spesa.

Un paio di sacchetti ultraleggeri in cotone organico.

Un porta-panini professionale e durevole come i Boc’n’Roll (rolleat.com), completamente in plastica dentro e fuori, dichiarata priva di 169 sostanze potenzialmente tossiche della lista SVHC, in base al regolamento europeo Reach 1907/2006.  Un contenitore a prova di fuoriuscita liquidi (v. anche a pag. XX)”.

Altre accortezze: “Nella vostra borsa dedicata al cibo conservate tutti gli eventuali imballaggi che avete acquistato eventualmente i primi giorni, per farveli riempire con i prodotti sfusi che trovate in giro. Diventa una caccia al tesoro a chi vi fornisce cibo sballato. (…) Acquistare sfuso significa comprare esattamente ciò che serve, senza aver bisogno di un frigo e a bassissimo rischio sprechi alimentari. (…) Fate diventare la raccolta di rifiuti in aree naturali un’abitudine.

Se vi piacciono le mode, sappiate che la cosa è diventata cool. Ha anche un nome, si chiama plogging e si sta diffondendo in tutto il mondo. Quando camminate o correte, potete aggiungere all’attività fisica anche un po’ di squat, per raccogliere la monnezza che trovate lungo il vostro percorso”.

Ottimi consigli che potremmo seguire tutti quanti quando viaggiamo, leggiamoci la mini guida, ma nel frattempo rispettiamo il nostro ambiente: che fa bene sia a noi che al pianeta!

Save the planet 🙂

La restanza di un esempio | Museo Ettore Guatelli [Ozzano Taro – Parma]

Cari viaggiatori e viaggiatrici 

vi comunichiamo che  questa domenica 8 settembre il Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro (PARMA) – luogo di restanza – festeggerà il ricordo di Ettore Guatelli con una festa dedicata alle “Persone”. Casa Guatelli, prima ancora che diventasse Museo, è stata un polo di aggregazione. Essa richiamava attorno e dentro di sé persone, individui che con la loro opera manuale e intellettuale lasciavano testimonianza della vita di un’epoca.

In vista della tappa parmense del Festival IT.A.CÀ, che si terrà dal 4 al 6 ottobre, abbiamo chiesto a Giuseppe Turchi dell’Associazione degli Amici di Ettore e del Museo di raccontarci l’esempio di restanza rappresentato dal Museo Ettore Guatelli.

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Nell’era della post-modernità il flusso del divenire pare aver subìto una drastica accelerazione. Tutto cambia, nulla resta, nemmeno i sentimenti, ormai sempre più in balìa di relazioni liquide. La logica della posata usa e getta, della bottiglietta di plastica, dello sfruttamento secondo l’utile del momento s’è imposta in ogni ambito della vita umana, l’ha contagiata con i suoi imperativi di velocità ed efficienza. A farne le spese sono stati l’ambiente, la memoria sociale, la salute mentale.

Gli scienziati si sono ritrovati a giocare il ruolo di moderne Cassandre, inascoltati, seppur il collasso da loro profetizzato sia ormai pienamente in atto. I cittadini non vivono più i propri luoghi, non si raccontano, patiscono un vuoto d’identità e partecipazione.

Posti in queste condizioni, gli individui sperimentano con maggior angoscia la condizione esistenziale della precarietà. Precari sono il lavoro, l’educazione, l’informazione, e con essi l’Ego che il mondo occidentale fomenta nel suo narcisismo disgregante.

Da ciò si capisce l’importanza e l’urgenza di fornire dei modelli. L’imitazione è infatti la prima fonte di apprendimento nonché sorgente di comportamenti, il che implica la centralità della nozione di “esempio”. Il valore pedagogico dell’esempio risiede nel suo essere un’esperienza vissuta. In questo senso, esso risulta più completo rispetto a qualsiasi approccio puramente razionale poiché stimola più sistemi cognitivi nel soggetto. E gli esempi validi non mancano, anzi. Una delle più grandi sfide culturali contemporanee è proprio quella di metterli in risalto affinché non vengano occultati dalle mode del momento.

Ecco perché il Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro (PR) merita un’attenzione particolare. Nato dall’idea di un maestro elementare che desiderava omaggiare i lavoratori della campagna, si è evoluto nel corso di cinquant’anni diventando un luogo d’insegnamento per i bambini, sino a configurarsi come uno dei più importanti musei etnografici della civiltà contadina. Qui Guatelli ha raccolto 60000 oggetti di un’epoca in cui la vita quotidiana trascorreva tra impegno costante e grandi fatiche. Triboli, bigonci, setacci, aratri, trapani, torni, pestarole hanno perso la fatica e guadagnato la bellezza, come dicono le guide. Perché il maestro non si è limitato a raccogliere gli oggetti, ma li ha appesi al muro per dare vita a composizioni artistiche uniche nel loro genere. Design spontaneo, lo chiamano, ovvero arte creata con cose umili, ferri vecchi che oggi butteremmo senza pensarci due volte. Ma è proprio qui che si esprime tutta la potenza pedagogica del Museo.

Innanzitutto gli oggetti non sono semplici oggetti, ma cose. Come tali, portano con sé una storia e una testimonianza. Le cose conservano una memoria a cui le guide danno voce, ci dicono da dove veniamo, senza nostalgia, fissando un tratto della nostra identità comune, un caposaldo dove sentirci in qualche modo fratelli. Così facendo il visitatore si trova presto immerso nella dimensione del racconto e dell’immaginazione, ovvero la dimensione di una possibilità che è stata altro rispetto a noi, diversa.

Ma le cose all’interno del Museo non si limitano a parlare. A volte gridano. Passando per le varie stanze sembra quasi di sentire lo sgomento del ferro di fronte agli sprechi perpetrati dalla civiltà odierna. Di ferro infatti è la lama della falce che, troppo usurata per poter tagliare il grano, è stata riconvertita in coltello. Di ferro è il filo con cui si aggiustava tutto, dalle sessole ai testi con cui si cuoceva il pane. Di ferro sono i chiodi che tengono salda la suola di uno scarpone consumato. E sempre di ferro sono le gabbiette di protezione per i fiaschi che i contadini si portavano nel campo durante le lunghe giornate di lavoro. Il vetro costava caro: romperlo era un lusso che non ci si poteva permettere. Ma gridano pure i pantaloni da lavoro rattoppati all’infinito e le scarpette con la “rimonta”, quest’ultima applicata affinché si adattassero alla crescita del ragazzo. Chiedete a loro cosa sono l’obsolescenza programmata e l’usa e getta: risponderanno che si tratta non di parole, ma di peccati.

A casa Guatelli c’era spazio per chi aveva una storia da raccontare e qualcosa da insegnare. Il sapere era ricerca condivisa, magari davanti a un bicchiere di vino e una fetta di salame gentilmente offerti dai padroni di casa. Non che fossero ricchi, tutt’altro. Erano solo ospitali, altro concetto che i tempi moderni stanno erodendo. Nel loro tanto umile quanto bellissimo casale sono passati molti intellettuali di Parma, tra cui Attilio Bertolucci, Cusatelli, Petrolini, Tassi, Viola. Tanti sono stati gli amici che hanno aiutato Ettore a raccogliere e scaffalare le cose. Il Museo, prima che si rendesse conto di essere tale, è stato luogo di aggregazione. Un piccolo faro sul territorio. 

Cosa ci lascia dunque l’opera del Maestro, se non un esempio di estrema attualità? Un modello pieno di sfaccettature, di suggestioni, di argomenti. Perché dovrebbe essere ormai chiaro che il Museo non è solo etnografia, o solo arte. Esso è anche vita, formazione, etica e politica. È l’eredità di scelte sulle quali possiamo riflettere per rielaborare il nostro sapere attuale e formulare nuove ipotesi d’azione.

Non per tornare indietro, sia chiaro. La miseria è stata certamente una forte motivazione per adottare pratiche come il riuso, ma non è detto che debba esserne condizione necessaria. La cura dell’ambiente può passare attraverso un’educazione mirata che porti l’individuo a sviluppare un attaccamento profondo verso le entità non umane.

In una parola, amore, giacché per definizione non si può danneggiare ciò che si ama davvero. Allo stesso modo non dobbiamo pensare che i giovani siano destinati a una vita di individualismo e disinteresse, quasi fossero monadi isolate nel loro benessere. Gli esempi servono soprattutto per loro, affinché sedimentino qualcosa anziché attendere con ansia la prossima distrazione mediatica. 

Attingere dal passato significa dunque recuperare le pratiche che hanno funzionato, metterle sotto esame ed eventualmente rinnovarle alla luce del sapere accumulato. Non per restaurare le vecchie condizioni, ripetiamo, ma per avere una possibilità di andare avanti.

Vi invitiamo assolutamente a fare una visita a questo museo inno della Restanza parmense! 🙂

IT.A.CÀ Blog 
Giuseppe Turchi
Associazione degli Amici di Ettore e del Museo

    

La ‘Restanza Urbana’ | Intervista a Francesca Giglione (IT.A.CÀ Trieste e Gorizia)

Un nuovo esordio per il Festival IT.A.CÀ: il 6 e 7 settembre, infatti, l’unico Festival in Italia sul turismo responsabile e sostenibile debutterà in Friuli Venezia Giulia, dividendo i suoi eventi tra Trieste e Gorizia.

Organizzata da La Collina Cooperativa Sociale, la nuova tappa del Festival ci racconterà la realtà del suo territorio e il suo modo di concepire la Restanza, attraverso le sue buone pratiche di inclusione, di promozione della cittadinanza attiva e di accoglienza. Le identità di Trieste e Gorizia, in particolare, sono fortemente legate a quella che fu definita ‘Rivoluzione Basagliana‘: portata avanti dallo psichiatra Franco Basaglia alla fine degli anni ’80, essa cambiò definitivamente il modo di concepire gli istituti di sanità mentale in Italia e nel mondo, attraverso un approccio più umano e inclusivo nei confronti di chi soffre di malattie mentali.

Francesca Giglione

A parlarci di come la rivoluzione Basagliana attraverserà le attività del Festival e di cosa vedremo in questa due giorni in FVG è Francesca Giglione, coordinatrice della tappa di Trieste e Gorizia, collaboratrice per La Collina e Radio Fragola e studentessa in Diplomazia e Cooperazione Internazionale all’Università degli studi di Trieste.

Quando mi sono imbattuta ne “La Collina” ho capito che questa cooperativa sociale poteva accogliere nel giusto modo questo Festival. La Collina agisce infatti quotidianamente nel rispetto del contesto e delle realtà con cui opera costruendo reti di relazione tali da rispondere ai bisogni della comunità offrendo opportunità di crescita economica sociale e culturale” ci dice Francesca, che risponde oggi alle nostre domande.

Dopo la cosiddetta ‘Rivoluzione Basagliana’ che cambiò per sempre il modo di concepire i servizi di sanità mentale, Gorizia diventa un’eccezione, un esempio in Italia e nel mondo. In cosa consistono gli itinerari basagliani che proponete per la vostra tappa del Festival?

Giorgio Liuzzi e Arturo Cannarozzo, membri dello staff che si occupa degli itinerari basagliani presso la Cooperativa La Collina, mi raccontano come a Trieste, e in parte anche a Gorizia, c’è stato un processo di “Restanza urbana”: un processo di rigenerazione urbana di quello che una volta era il manicomio, quindi luoghi dove le persone venivano dimenticate dalla città. In qualche modo, con il processo di deistituzionalizzazione, si è cercato di giocare sugli spazi per sviluppare una storia personale. Il Turismo qui è stato scelto come motore di integrazione e scambio di buone prassi per far conoscere quel che è avvenuto.

Il manicomio consisteva nel tentativo, da parte di un’istituzione totale, di annientarti come uomo e come individuo privandoti della libertà e identità personale. Qui Itinerari Basagliani vuole proprio affermare la Resistenza di queste persone, di Franco Basaglia e del suo staff, in una Rivoluzione che consiste proprio nel ridare libertà, dignità e nuova vita.

Franco Basaglia

Gorizia e Trieste sono le prime città del FVG ad abbracciare il concept del turismo responsabile. Quella del turismo responsabile può essere considerata un’altra rivoluzione per questo territorio e perché?

Il territorio del Friuli Venezia Giulia ha già un alto impatto turistico. Un esempio lampante può essere quello dello Slowtourism finanziato dal Programma europeo per la cooperazione transfrontaliera Italia-Slovenia, dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dai Fondi nazionali. Prendendo spunto dalle parole del Professor Moreno Zago (responsabile del gruppo di ricerca di Slowturism, docente di Sociologia del Turismo, Sociologia delle Relazioni Internazionali e Sociologia dei Confini all’Università di Trieste) descriviamo quella che è una nuova filosofia di viaggio realizzata grazie al turismo lento e di qualità: la valorizzazione e promozione di itinerari turistici slow tra l’Italia e la Slovenia.

Ilaria Bastiani, ciclo viaggiatrice e referente della Cooperativa La Collina per le aree dell’isontino, evidenzia anche il valore dello Slow Collio: un itinerario che attraversa zone famose per la produzione vinicola, tramite percorsi ciclo-pedonali promossi da un tipo di turismo responsabile e sostenibile. Nel goriziano i progetti di cooperazione transfrontalieri con la Slovenia, attivi grazie al GECT (Gruppo Europeo di Collaborazione Territoriale), ricoprono una buona parte degli investimenti economici. Per queste ragioni, parlare di rivoluzione dal punto di vista turistico sarebbe errato, poiché è una regione che attrae e vuole attrarre un determinato tipo di turismo.

Confrontando le diverse realtà attive sul territorio emerge come la rivoluzione nell’approcciarsi a questo festival consista in una nuova apertura e riscoperta di noi. Qui capita di vivere il turismo quasi in forma individuale: IT.A.CÀ diventa quindi per noi occasione dove sedersi tutti intorno ad uno stesso tavolo, accomunati dagli stessi valori, riproponendosi in una nuova dimensione nazionale.

Edificio nel Parco San Giovanni a Trieste

Quali necessità del territorio e della sua comunità hanno spinto a creare una tappa del Festival proprio qui e quali benefici sociali ed economici può portare la promozione di un turismo responsabile e sostenibile sul territorio?

Per rispondere a questa domanda ho deciso di incontrare Perazza Franco, ex direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Gorizia e componente dell’Assemblea del GECT.

Franco evidenzia come, una volta venuti a conoscenza di quello che è questo festival, è parso subito interessante parteciparvi, soprattutto per una città e una regione che è sostanzialmente immobile. Gorizia in modo particolare è una città vecchia che ha difficoltà ad immaginarsi un futuro. Fortunatamente, ci sono molti giovani che hanno una spiccata sensibilità per diversi aspetti sociali e ambientali. A questo punto, il festival qui risulta essenziale e di grande valore.

Tutta la regione è una regione di confine. Un tema, quello del confine e del rapporto con gli altri, che determina la sua identità. L’esperienza del GECT mette in forte contatto la popolazione italiana con quella slovena. Un festival che si ispira a questi valori, di vicinanza all’altro, ci è parso subito molto importante, ancor di più se legato a quella che è l’unicità e particolarità della storia basagliana nei due parchi (Parco San Giovanni a Trieste e Parco Basaglia a Gorizia).

I benefici sono sicuramente legati alla possibilità di sviluppare un tipo di cultura e allo stesso tempo favorire una conoscenza del territorio che per alcuni aspetti è sconosciuto perché periferico. La voglia è quella di restituire interesse e potenziale al territorio, smuovendo la comunità (soprattutto goriziana) e facendo l’uscita da questa condizione depressiva di quasi rassegnata decadenza che vive, grazie ad un tipo di turismo niente affatto scontato e portatore di valori con benefici per chi viene ma anche per chi accoglie. Cerchiamo di far emergere una solidarietà politica e sociale diffusa, poiché si tende ancora a polarizzare la regione, con grosse competizioni che creano conflitti.

Il festival qui permettere di valorizzare ogni storia senza sminuirne un’altra. La parola Restanza ci era apparentemente sconosciuta ma, soffermandoci sull’intrinseco significato che essa racchiude, ci rendiamo conto di come forse non saremo abituati a parlarne, ma certamente a viverla! La leggiamo un po’ come la parola chiave o simbolo della rivoluzione che questo territorio ha vissuto e vive: IT.A.CÀ non è ancora arrivata qui ma ci sta già insegnando qualcosa di noi.

Ingresso di Parco Basaglia, Gorizia

Anche in Friuli Venezia Giulia si sta verificando lo spopolamento delle zone montane. Che tipo di “restanza” è possibile proporre per incentivare le comunità montanare a reinvestire sul proprio territorio e su sé stessi?

Per capire quali siano le migliori tipologie di Restanza decido di incontrare Margherita Bono, sociologa di formazione ora coordinatrice del progetto di salute e sviluppo di comunità che agisce nelle micro-aree, sintetizzabile come “Territori in Azione”.

Margherita ci racconta come tutta l’area triestina sia in spopolamento. In dieci anni la popolazione nelle aree urbane è diminuita drasticamente; vero è che la situazione nelle città è differente rispetto a quella montana. L’esperienza di Margherita ci permette di avere un quadro generale in grado di descrivere le situazioni di fragilità. Quel che permette di riattivare le risorse, e creare Restanza tramite il rinnovamento e la crescita, è una presenza dedicata.

Serve qualcuno, anche da parte delle istituzioni, che sia presente nel territorio. Una figura, non per forza singola ma anche un gruppo, che dia una presenza continuativa, tessendo relazioni e nuovi punti di vista. Se giocata in maniera aperta, può davvero aiutare ad essere un incubatore di progetti e possibilità da svilupparsi poi nel sistema. Un sistema che magari non dà risposte nell’immediato alle esigenze, ma che dà fiducia e che innesca nei soggetti l’idea che qualcosa si può fare.

Parco San Giovanni, Trieste

Altrettando valide, ed essenziali, sono le parole del professor Giovanni Carrosio: membro del gruppo di supporto alla Strategia Nazionale per le Aree Interne e membro della Società Europea di Sociologia Rurale.

Giovanni porta una riflessione circa la popolazione giovane residuale: in molti comuni, più del 40% della popolazione ha più di 65 anni. Quindi, prima ancora che di Restanza, sarebbe corretto parlare di “Riabitare”. Negli ultimi 4 anni, tramite il lavoro svolto con Strategia Nazionale per le Aree Interne, sono state selezionate 72 aree in tutta Italia dove le comunità marginali non sono state indicate dai classici indicatori di natura economica, bensì in base alle capacità dei cittadini, ovvero se e come i cittadini sono in grado di accedere ai diritti di cittadinanza.

Le aree sono state mappate tramite la distanza che i cittadini devono percorrere per raggiungere il primo ospedale che abbia un punto nascita, il primo comune con offerte di scuole secondarie superiore e il primo comune con una stazione ferroviaria. Quindi la mancanza di sviluppo è stata valutata con un nuovo modello: quello dove manca la capacità di esercitare appieno i diritti di cittadinanza.

Una strategia per far restare le persone sul territorio consiste nell’investire sui servizi alle persone con una logica molto simile a quella delle micro-aree: costruire politiche rivolte ai luoghi e mappare i fabbisogni di comunità che emergono in questi luoghi dando risposte territorializzate (cosa ancora molto difficile). Alcuni esempi già realizzati sono gli asili nel bosco, l’ostetrica di comunità e simili.

Dunque, cosa serve per fare Restanza?

Per fare Restanza dev’esserci un livello essenziale di cittadinanza, quindi di servizi minimi garantiti indipendentemente da dove si vive (che ci ricorda essere un po’ quello che afferma l’articolo 3 della nostra Costituzione, dove tutti devono avere diritti sostanziali indipendentemente dal reddito o etnia, ma a cui aggiungiamo che questo avvenga anche indipendentemente dal luogo in cui abiti, poiché questo influisce sull’accessibilità).

In ultimo un’importante riflessione: dobbiamo fare qualcosa perché le persone restino lì o dobbiamo fare qualcosa perché le persone decidano in piena libertà e autonomia dove andare a vivere?
Un tipo di Restanza potrebbe essere quella di vedere questi territori come spazi liberi quindi come laboratori di nuovi modelli di sviluppo.

 

Blog IT.A.CÀ
Giovanni Nolè

Wake Up Camp: il primo campeggio ecosostenibile in Abruzzo | Intervista a Giorgio Giannella

Cari amici viaggiatori e amiche viaggiatrici,

Giorgio Giannella

oggi nel nostro blog vi portiamo in Abruzzo, a conoscere una delle realtà che fanno parte della tappa di IT.A.CÀ Gran Sasso che si svolge dal 26 al 28 luglio 2019 [programma]. 

Abbiamo fatto due chiacchiere con Giorgio Giannella di Arci Teramo, presidente della coop di comunità che gestirà il progetto “Wake Up Camp” che vedrà l’apertura del primo campeggio in Abruzzo a impatto zero. 

Se poi vorrete incontrare gli mici di Wake Up Camp in prima persona vi invitiamo a partecipare all’incontro pubblico “Partire, tornare, restare. Risorse, metodi e strumenti per lo sviluppo locale dell’Italia dell’abbandono”nella giornata di venerdì 26 luglio presso il Centro Visite della Riserva Naturale Fiume Fiumetto alle h9.30 (Teramo). 

Wake Up Camp è il primo campeggio ecosostenibile in Abruzzo, come è nato il progetto? 

L’Abruzzo subisce un processo di estrema polarizzazione territoriale aggravato dalle calamità naturali, nel 2009 solo 5 dei suoi 19 sistemi economici locali hanno registrato una crescita demografica (e nel 2015 la provincia di Teramo ha registrato per la prima volta nella storia recente un lieve calo demografico). La presenza di aree rurali e montuose, la dimensione relativamente ridotta degli agglomerati urbani, la mancanza di prospettive occupazionali sono altresì all’origine dell’emigrazione dei giovani della Regione.

I gravi avvenimenti, verificatisi nell’inverno del 2017, hanno manifestato l’esigenza di costruire, in particolar modo nell’entroterra abruzzese, una nuova cultura della montagna che possa garantire e favorire uno sviluppo eco-sostenibile nella regione verde d’Europa.

IT.A.CÀ Gran Sasso I edizione 2018

Gli indici degli andamenti economici dimostrano come una così eterogenea proposta turistica sia poco sfruttata e di fatto favorisca solo i territori della costa a scapito dell’entroterra e nel teramano nello specifico del massiccio del Gran Sasso. Il risultato restituisce una regione di montagna governata economicamente dalla ricezione turistica costiera ed un entroterra privo di servizi turistici che lo rendono pericoloso d’inverno quanto d’estate.

Invertire il processo decisionale e sopratutto di partecipazione, tramite il coinvolgimento dell’intera comunità, per garantire la tutela ed il rilancio di una delle prime riserve regionali puntando e riscoprendo tale valore tramite la proposta di un turismo responsabile ed eco-sostenibile è il punto di forza dell’intera proposta progettuale.

Il campeggio è un modo di sostare nei luoghi che ha un basso impatto sul territorio. Attraverso quali accorgimenti il campeggio riesce avere un impatto zero?

Il Wake Up Camp è realizzato mediante tipologie di tende speciali, che garantiscono una bassa antropizzazione riducendo al minimo l’impatto ambientale, mantenendo la massima flessibilità nei volumi e comunque standard alti di accoglienza in un regime di totale autosufficienza energetica.

La tipologia è composta da tende letto ancorate tra le chiome degli alberi, sospese dal suolo ad altezze variabili.

Queste infrastrutture sono in parte acquistate in Europa ed in parte vengono progettate e istallate dalla giovanissima società locale Eldarlab.

Inoltre il recupero del Centro Visite della Riserva prevede la creazione e l’istallazione di un impianto solare termico per le docce e fotovoltaico per l’alimentazione della reception per la prima colazione oltre a tutte le piazzole tende, candidando il “Wake Up Camp” tra i Glamcamping Europei.

Con voi la tenda sembra essersi tramutata in un nuovo simbolo, quello della “restanza”, di chi sceglie di restare per dare nuova vita al territorio. Quanto è importante per voi che la comunità rimanga nel territorio e se ne riappropri, per lo sviluppo locale?

Le tende sono state un simbolo del terremoto dell’Aquila del 2009 dal quale il nostro territorio a fatica cerca di uscire dopo il ripetersi degli eventi sismici nel 2016/2017. La tenda ha rappresentato la precarietà l’incertezza di individui smarriti costretti a cambiare vita e abitudini, ecco le ragioni per la quali vogliamo che diventi un simbolo di sviluppo e di promozione di un turismo responsabile.

Ancora più importante è lo strumento che abbiamo costituito per la gestione della Riserva, la Cooperativa di Comunità che inverte le funzioni e la partecipazione dell’intera cittadinanza ed è una assoluta innovazione sociale.

Una sfida nella sfida dove i protagonisti sono i cittadini per ricostituire su basi nuove il senso di Comunità attraverso la produzione di beni e servizi di interesse generale e per promuovere processi di sviluppo economico e sociale “dal basso”, orientati al soddisfacimento dei bisogni fondamentali e al miglioramento delle condizioni economiche e della qualità della vita per la popolazione locale. La Cooperativa di Comunità denominata – Riscatto – racchiude in modo efficiente la forza di un territorio che ha radici profonde.

Il festival di IT.A.CÀ fa tappa al Gran Sasso tra il 26 e il 28 luglio. Cosa vi aspettate dal festival? quanto è importante per voi promuovere il turismo responsabile nel rispetto dell’ambiente e delle comunità locali?

È la prima volta che partecipiamo in modo attivo a questa esperienza e siamo onorati di ospitare la prima iniziativa di questa edizione del Festival.

Un appuntamento quello abruzzese che assume un ulteriore portata culturale essendo dedicato a Arshad Alì un migrante che nella precedente edizione contribui al ripristino del verde negli spazi comuni della Riserva.

Il senso di una Comunità si esprime anche nella capacità di accoglienza e quindi di integrazione sociale che oggi più che mai coinvolge anche i territori dell’entroterra. Questo il Festival, attraverso l’incessante lavoro del Centro di Accoglienza Straordinaria Radici Culturali, ha già prodotto un risultato importante: la rete locale che anima, ospita e organizza gli eventi in modo organico costruendo un calendario ricco di stimoli non solo per gli ospiti ma anche per i locali.

Ringraziamo Giorgio per averci raccontato questo bellissimo progetto di ospitalità che consigliamo vivamente di usufruirne quando andrete a fare camminate nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, intanto non perdetevi il programma del nostro festival in questi luoghi [link] 

Buone camminate e buon viaggio 🙂

Blog IT.A.CÀ
Marta Zaramella 

Il teatro a piedi sulla via francigena | Intervista a Simone Pacini

Cari viaggiatori e viaggiatrici, 

 oggi nel nostro blog IT.A.CÀ siamo in compagnia di Simone Pacini autore del libro “Il Teatro sulla via Francigena” diario di bordo del laboratorio itinerante “Il teatro… su due piedi – camminata in Toscana e Loi-et-Garonne” realizzato dal Teatro Metastasio Stabile della Toscana e dal Théâtre École d’Aquitaine con la partecipazione di allievi-attori delle rispettive scuole. 

Simone Pacini

Simone è stato nostro ospite all’undicesima edizione della tappa bolognese presso lo spazio di Officina15 a Castiglione dei Pepoli nell’Appennino bolognese. 

Il libro si propone come il resoconto del social reading realizzato dall’autore in occasione del progetto unico e multidisciplinare che ha visto alternanza di momenti di teatro a momenti intensi di trekking. L’evento ha messo in relazione i territori, la formazione teatrale, l’arte e il turismo in un percorso di alta formazione di 300km articolatosi lungo la via francigena. Il teatro, in questo caso, si pone come uno sguardo solidale, complice sul territorio, sul “paesaggio umano” e sulle persone che, nell’ottica della restanza, hanno deciso di vivere in luoghi lontani dalla città eppure in molti casi culturalmente vivi.

Cosa vi ha portato a scegliere la via francigena come meta del vostro cammino e delle vostre passeggiate “situazioniste”?

Quando sono stato chiamato il progetto era già definito. La Francigena (letteralemente “nata in Francia”) era ed è il terreno ideale per un progetto che attraverso il cammino voleva far dialogare l’Italia e la Francia. Questo lo spiega benissimo l’allora direttore del Teatro Metastasio Paolo Magelli, ideatore del progetto insieme al fondatore del Théâtre École d’Aquitaine Pierre Debauche, nell’introduzione del libro.

Il teatro su due piedi ha l’obiettivo di mettere in sintonia gli attori con il genius loci. Quali sono stati i luoghi che ti hanno colpito per la loro vivacità? 

Quelli italiani li conoscevo già per la loro grande tradizione culturale e artistica. La nostra compagnia teatrale temporanea ha messo i piedi in luoghi ricchissimi di storia come San Miniato, Certaldo, San Gimignano, Lucca e Siena (senza dimenticare gli altri).

Con le nostre scarpe da trekking e il nostro teatro, e grazie alla Francigena, li abbiamo cuciti insieme. Mi hanno colpito moltissimo per la loro vivacità alcune realtà francesi che non conoscevo e che ci hanno ospitato: a Stazzona l’incredibile teatro dell’associazione L’Aria in Corsica, uno spazio in legno per il teatro e il circo che svolge un’attività annuale di formazione e spettacoli in un minuscolo paese.

E poi anche il Théâtre Huguette Pommier nella piccolissima Monclar in Lot-et-Garonne. Teatri dove non te li aspetti. È proprio vero: in Francia il teatro è ovunque!

 Questo tipo di teatro è stato definito come un esercizio di empatia e di resilienza. Ci sono degli elementi che accomunano il teatro e il tema del viaggio?

Sicuramente la fatica! Anche il teatro ha bisogno di tantissima abnegazione sia da parte di chi va in scena che di chi resta dietro le quinte. Attori ed escursionisti stanno spesso fianco a fianco, si sostengono l’un l’altro. Mettersi in cammino è come recitare: solo che davanti a noi non ci sono gli spettatori ma (spesso) paesaggi mozzafiato! 

In molti casi il web è fondamentale per comunicare le peculiarità e le attività che si possono svolgere in un territorio, cosa si intende con l’espressione “con i piedi per terra e la testa nel cloud”?

La mia partecipazione a questa avventura nasce dal web, dal progetto parallelo allo spettacolo che avevo sviluppato con il mio blog fattiditeatro denominato “#teatrosu2piedi – I commedianti dell’arte 2.0 del terzo millennio” che si proponeva di raccontare il territorio attraverso la narrazione del trekking teatrale sul web.

Foto di Noemi Usai

Il libro, arrivato un po’ di anni dopo, rappresenta la volontà di mettere nero su bianco tutte queste emozioni, per renderle immortali, ma anche la voglia di fare un passo indietro, di “retrocedere”, di tornare alla carta stampata, mettendo per un attimo da parte il web. Non esiste un e-book del libro, infatti, per mia scelta personale. 

La frase “con i piedi per terra e la testa nel cloud” è di Carlo Infante, changemaker e fondatore di Urban Experience, che da anni seguo e che considero un maestro. Carlo spiega benissimo la frase nella postfazione al volume: si tratta di agire i territori, camminarli, calpestarli e utilizzare le possibilità del web – le reti, i cloud – per connetterci e connettere le nostre idee. Per un utilizzo attivo delle nuove tecnologie.

Sei stato uno degli ospiti di IT.A.CÀ 2019 Appennino, c’è qualcosa in particolare che ti ha colpito di questo territorio? 

Foto di Noemi Usai

Mi ha colpito moltissimo toccare con mano il tema della “restanza” leit-motiv di questa edizione del festival. Vedere quanti giovani si adoperino per il loro territorio cercando di rilanciarne l’artigianato e il turismo culturale. Ero convinto che per vivere serenamente fosse fondamentale andar via, ad un certo punto della propria vita, dal luogo in cui si è nati. Io sono nato e cresciuto a Prato città che è una via di mezzo fra il paese e i grandi agglomerati urbani, quindi da un certo punto di vista luogo ideale dove vivere perché non soffre la solitudine del piccolo borgo né la frenesia della metropoli. Me ne sono andato relativamente tardi (a 29 anni), ho vissuto la fuga dai luoghi dove sono cresciuto come una liberazione e non mi sognerei mai di tornarci. Per adesso.

Ringraziamo Simone per essere stato con noi, vi consigliamo di leggere il suo libro per trovare degli spunti per percorrere la via Francigena seguendo il sentiero dei teatri itineranti e riscoprendo una “restanza” con quel sapore di teatro popolare 🙂

Buone camminate a tutti/e!

Blog IT.A.CÀ
Maria Teresa Amodeo

 

Una guida per viaggiatrici libere

Cari amici viaggiatori e amiche viaggiatrici 

oggi nel nostro blog vi parliamo di questa interessante guida della casa editrice Altraeconomia, nonché Main Media Partner del nostro festival per l’edizione 2019.

Un batik in Senegal, un gioiello in Tanzania, un formaggio slow in Armenia, yoga a Bali, un cammino con i nomadi in Ciad, esercizi di memoria in Bosnia, shopping pizzo free in Sicilia, mosaici a Venezia, balli folk in Piemonte… sono solo alcune delle 50 proposte di esperienze contenute nella guida di turismo responsabile “La guida delle libere viaggiatrici” di Iaia Pedemonte e Manuela Bolchini.

Una guida pensata da Altreconomia edizioni per donne – ma non solo – che amano viaggiare liberamente e in modo sicuro, da sole o in compagnia. Una selezione di viaggi, mete ed esperienze con un’anima femminile, uniche ed originali, in Italia e nel mondo. Si va dai cammini nella natura a sfiziosi soggiorni enogastronomici, passando per raffinati itinerari culturali, esperienze con le contadine e le artigiane nel Sud del mondo, workshop per riappropriarsi del saper fare, imprese sportive per tutti e perfino shopping intelligente.

Ma soprattutto incontri con le comunità ospitali e lo straordinario “capitale umano” femminile del turismo responsabile: guide d’arte e di natura, imprenditrici agricole, direttrici di musei, manager di tour operator e altre protagoniste di “filiere virtuose”, che valorizzano la cultura e le tradizioni locali.

Un viaggio per ogni piacere o sapere, lontano dai luoghi comuni, che lasci un ricordo vero e differente: per riportare a casa non un souvenir, ma emozioni autentiche.

Le tappe estive di IT.A.CÀ | Festival del Turismo Responsabile 2019

Cari amici viaggiatori e amiche viaggiatrici 

non si ferma il tour itinerante del primo Festival di Turismo Responsabile in Italia che dopo le tappe del Parco Nazionale Monti Sibillini, Bologna, Rimini e le Sue Valli, giunge fiero da giugno a luglio, nei territori della Calabria di Mezzo, del Salento e del Gran Sasso per parlare di RESTANZA: non solo un’idea tutta in scoperta, ma un vero e proprio approccio per chi sceglie il cambiamento quotidiano. Restanza, ovvero un modo di essere contrario alla pigrizia e all’arrendevolezza, ma restare nella propria terra per valorizzarne la cultura e rendere più vivibile i luoghi, compiendo ogni giorno piccoli passi. IT.A.CÀ, da aprile a novembre, da nord a sud in 16 tappe nazionali, si racconta attraverso gli occhi e le parole di chi arriva, di chi torna e di chi non se n’è mai andato.

Tappa Calabria di Mezzo

Venerdì 21 giugno nella tappa di inaugurazione in Calabria presso Tiriolo (CZ) sarà ospite l’antropologo Vito Teti che presenterà il libro “Pietre di pane. Un’antropologia del restare”, si deve il merito di aver dato un senso profondo al significato di restanza e di ricostruzione. Fino al 7 luglio, seguiranno eventi per tutti: passeggiate mitologiche alla scoperta di luoghi storici, escursioni nei boschi, dimostrazioni di artigiani all’opera, incontri e confronti, percorsi archeologici, adventure trekking e itinerari tra misteri.

PROGRAMMA CALABRIA DI MEZZO  

Magna Grecia

Dal 5 al 7 luglio, IT.A.CÀ arriva anche nel Salento, dove si alterneranno molti appuntamenti sull’importanzadel vivere con pienezza e consapevolezza in un territorio geograficamente lontano dai centri del potere politico ed economico del paese. Godere a pieno del legame privilegiato con l’ambiente, rispettandolo e tutelandolo, convivere con le tracce di un passato meticcio ricevuto in eredità e che rappresenta per gli abitanti un forte capitale culturale e sociale in termini di memoria e identità collettiva.

Questo lo spirito della restanza salentina, che insieme alle pratiche sociali delle associazioni riunite nella rete del festival e coinvolte da sempre nei temi su migrazione, turismo responsabile e accessibile, formazione e cultura, diventano strumento per costruire comunità plurali e inclusive e per accogliere la restanza come valore positivo.

IT.A.CÀ Salento

 
Vito Teti, dopo la Calabria di Mezzo, torna anche nel convegno di apertura presso l’Università del Salento la mattina del 5 luglio, insieme allo scrittore Antonio Moresco e ad altri docenti universitari ed esponenti del mondo dell’arte, dell’associazionismo e del terzo settore.

PROGRAMMA SALENTO 

Per entrare nel vivo di IT.A.CÀ Gran Sasso, bisognerà tuttavia aspettare la fine di luglio: dal 26 al 28, una sosta lenta in Abruzzo, la regione più verde d’Europa, tra il versante teramano e quello aquilano del Gran Sasso, attende i visitatori con tanti appuntamenti sparsi che si apriranno con l’incontro pubblico e aperto ad istituzioni, enti, cittadini e operatori sul tema dello sviluppo locale. Il dibattito, previsto il 26 luglio presso il Centro Visite della Riserva Naturale di Fiume Fiumetto a Castiglione della Valle, in Colledara (Te), toccherà tanti argomenti: dal ruolo del patrimonio culturale nella costruzione dei processi di sviluppo sostenibile e nella promozione della diversità culturale, ai metodi di progettazione sociale, accoglienza integrata, partecipazione e condivisione del territorio.

Foto di Noemi Usai – Val di Zena (Appennino bolognese)

A breve vi indicheremo il programma on-line intanto Ecobnb, la community del viaggio sostenibile, insieme a IT.A.CÀ dedica il premio Take it slow: Viaggia lento, Raccontalo e Riparti, a chi riuscirà a raccontare il viaggiare lento, rispettoso della natura, responsabile verso i luoghi e le comunità locali. > Scadenza 31 agosto 2019. 

INFO E REGOLAMENTO > LINK

Continuate a seguirci perchè ci sono tanti eventi in giro per il nostro bel paese a ritmo di turismo responsabile: partite con noi e buon viaggio 🙂

Blog IT.A.CÀ
Responsabile comunicazione
Sonia Bregoli