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Restanza, Ritornanza e Integrazione nell’Appennino Parmense | Intervista a Maria Molinari

Cari viaggiatori e viaggiatrici 

oggi nel nostro blog ci trasferiamo sull’Appennino parmense in attesa della tappa di IT.A.CÀ Parma che si terrà dal 4 al 6 ottobre 2019 (link programma) e intervistiamo per voi Maria Molinari – Guida Ambientale Escursionistica che vive a Berceto, un paese di montagna di circa duemila abitanti che è situato nell’Appennino Parmense.

Maria Molinari

Ha studiato Antropologia Culturale all’Università di Bologna e dopo alcune esperienze di cooperazione internazionale ha intrapreso una strada professionale incentrata sul tema dell’inclusione dei migranti. Oggi progetta e coordina progetti a sfondo culturale nelle Valli Taro e Ceno e cerca di mettere a servizio le sue esperienze professionali per lo sviluppo del territorio convinta, come lei stessa dichiara, “che aprirsi al cambiamento sia l’unica via possibile”.

In vista della tappa parmense del Festival IT.A.CÀ – il cui tema quest’anno è quello della “Restanza” – abbiamo chiesto a Maria di raccontarci dei suoi progetti passati e futuri e del rilancio sostenibile delle terre appenniniche. 

Parlaci della “tua” Berceto: come mai una ragazza giovane come te, che ha svolto esperienze internazionali in varie parti del mondo, ha deciso di tornare a vivere in un comune di montagna di duemila abitanti? Sei per caso un esempio di “ritornanza”?

Ho sempre vissuto a Berceto e, per necessità di cose, come tutti qui in montagna, ho dovuto spostarmi dall’età di 13 anni. Si viaggia per raggiungere le scuole superiori, le università e il lavoro. 

Dopo anni di lavoro a Parma, in cui tornavo a casa sempre nel week end, ho deciso di ritornare stabilmente a Berceto a vivere e lavorare. Per noi lo spostamento è naturale. Poi negli ultimi anni ho deciso di convogliare le energie nello sviluppo del mio territorio, e mi sono anche resa conto che per riuscirci è necessario il continuo colloquio montagna – città: la montagna ha bisogno della città così come (e sono convinta che lo sarà sempre di più), la città ha sempre più bisogno di montagna che, non dimentichiamolo, in Italia costituisce la sua spina dorsale, geografica e culturale.

Nel corso dei tuoi studi e nelle tue esperienze professionali hai scritto e approfondito il problema dello spopolamento dei territori montani. Cosa significa per te il termine “restanza” e com’è l’andamento demografico degli ultimi anni nei territori da te studiati? Indipendentemente dal numero di residenti ritieni che sia cambiato il modo di vivere nelle comunità?

È profondamente cambiato il modo di vivere. Non sto a dilungarmi sui numeri: basta aprire internet e vedere le linee della popolazione appenninica che direzione seguono. Il modo di viverlo, l’Appennino, è completamente differente rispetto ai primi anni del secolo scorso in cui io non ero presente, ma ho avuto la fortuna di intrecciare i racconti di chi c’è stato e di provare a capire. 

Berceto

È differente il modo di concepire il luogo in cui si vive oggi, non solo in montagna, ma in ogni angolo di mondo. Siamo da nessuna parte e ovunque, e questo non solo grazie alla nostra capacità di movimento, notevolmente aumentata, ma anche grazie alla comunicazione.

Vivere in paese, significa anche prendersi cura di quello spazio e lavorare affinché diventi bene o male simile a quello che ti sei immaginato nella tua testa. Significa farlo insieme a coloro che lo vivono con te.

“Restanza” non è un termine che mi entusiasmi particolarmente, benché vada quasi di moda. Mi rendo conto che sia un fenomeno nuovo quello del restare dopo decenni di partenze verso un altrove, ma io non mi sento di essere una persona che resta con fatica, come indica la parola, appunto, che riporta la “resistenza” nel restare.  

Abbiamo tutti bisogno di un angolo di mondo pulito e a contatto con chi ci ha dato vita, la vera terra. Lo abbiamo sempre avuto. Tutti abbiamo bisogno di rapporti puliti e semplici, di stare almeno un po’ in mezzo al verde, di prendersi cura di uno spazio e di viaggiare per poi tornare. Io sono capitata qui, e lavoro affinché questo possa diventare ancor di più un bell’angolo di mondo, come si suole fare di un luogo quando i tuoi piedi lo calpestano.

Progetti di accoglienza e integrazione dei migranti, sullo stile del “modello Riace”, possono essere una soluzione allo spopolamento dei territori? 

Ho lavorato 15 anni nel campo dell’accoglienza migranti (di cui metà in montagna) e posso dire che di passi ne sono stati fatti avanti tanti, ma anche tanti indietro, a livello nazionale. Il modello Riace non lo conosco a fondo e non penso si possa replicare un modello là dove abbiamo migliaia di micro contesti in Italia, con differenti storie e prospettive di sviluppo. Quello che è certo è che vi sono enormi difficoltà nell’accogliere in montagna, ma vi sono altresì enormi opportunità. 

La prima opportunità che mi viene in mente è la dimensione del piccolo e della conoscenza reciproca. Quello che va al di là dell’umanità quando parliamo del diverso inferocendoci, è sempre la distanza. Quando si è in un piccolo paese, la distanza è ridotta. La distanza tra le persone, se si vuole, si riduce in un attimo. Non vi sono numeri, ma persone; non vi sono volti indistinti, ma nomi. Questo non vale solo per coloro che vengono da fuori, ma vale per ciascuno di noi, ove ognuno, per forza di cose, diviene un personaggio. È più raro l’anonimato, e dunque più raramente si lancia il sasso colpendo qualcuno e nascondendo la mano, poiché da qualcun’altro si viene quasi sempre visti.

In merito alle difficoltà, purtroppo sono le stesse che hanno anche i suoi residenti di lungo termine. Sono le stesse che hanno i nuovi abitanti e sono le stesse che si continueranno ad avere se non si cambia rotta in termini di attenzione alle vie di sviluppo del paese. E se vogliamo ancora una volta parlare di numeri, per tornare a rispondere alla domanda, essi sono “già” una risposta allo spopolamento dei territori, ma la nostra miopia razzista non ce ne fa rendere conto universalmente.

Noi di IT.A.CÀ Parma intendiamo la “restanza” come una sorta di “resistenza”, riteniamo cioè importante far resistere le voci del passato e insegnare ad ascoltarle per scoprire cosa ancora hanno da dirci. Anche tu, durante le tue escursioni, dai molta importanza alla valorizzazione delle tradizioni orali e ti interessi alle leggende e ai miti che fanno da sfondo ad una cultura in trasformazione. Da cosa è nato questo interesse e perché lo ritieni importante?

Un territorio non è fatto solo di geografia e di rilievi. Non è fatto di mero panorama o aria buona. Ciò che compone un luogo è fatto soprattutto di pensieri che li hanno corsi e di segni che lasciano chi ci vive, o che hanno lasciato chi ci ha vissuto. Mi è parso naturale, quando ho cominciato a portare le persone a conoscere i luoghi, trasmettere ciò che “possiedo” di un posto, non ciò che non conosco direttamente. E lo faccio con naturalezza, anche se a volte ho la pretesa di prepararmi.

Inoltre, in paese stiamo lavorando alla Casa di Augusto, che è una vecchia casa, proprio come una di quelle che c’erano una volta in paese, con la stalla al piano terra e l’abitazione al piano superiore. Due stanze e una cucina, nient’altro, senza luce, ne acqua in casa. Senza bagno. Una casa poverissima. Bè, adesso quella casa è diventata museo vivente di comunità. Cosa significa? Significa un luogo dove raccogliere e mostrare memoria, dove testimoniare e produrre cultura dove tutta la comunità è chiamata a crearla e dove è la stessa comunità che, raccontandosi, produce memoria > link 

Come vedi il tuo paese tra venti anni? Che futuro prevedi per il nostro Appennino Parmense?

Al di là di quello che può accadere a livello climatico, ed io non ho le carte per ipotizzare nulla, posso solo allertarmi per la preoccupazione generale di una pianura in futura ebollizione, vedo persone stanche della congestione cittadina. Forse le vedo semplicemente poiché sono in continuo contatto con loro, ma le vedo in aumento. Salire le valli ed arrivare con un sacco di speranze, è un esperienza che stanno facendo in tanti. Tra vent’anni lo vedo così il nostro Appennino Parmense: una corsa alle case, oggi vuote, per una loro (si spera) ragionevole e contestualizzata ristrutturazione.

Non resta che invitarvi a fare una visita alla Casa di Augusto e partecipare alle tante attività presenti nella tappa del festival a Parma 🙂

IT.A.CÀ Blog 
Andrea Merusi 
Coordinatore tappa di Parma