tema 2026

GEOGRAFIE DI PACE

Mobilità/rsi attraverso confini e culture

Le geografie di pace trasformano i confini in luoghi di incontro e dialogo.

In un mondo attraversato da conflitti, chiusure e nuove frontiere, immaginare geografie di pace significa ripensare profondamente il modo in cui ci muoviamo, incontriamo l’altro e abitiamo l’altrove. I confini, da linee di separazione, possono diventare spazi di relazione, scambio e conoscenza. La mobilità può essere vista anche come qualcosa che nasce dalla curiosità o da un bisogno profondo. In questo senso, mettersi in movimento diventa un modo per affermare i valori in cui si crede.

In fondo, agire in coerenza con i propri valori significa rispettare se stessi: da qui nasce un senso di pace interiore, che rappresenta la base per aprirsi al nuovo e all’altro. Eppure la nostra dimensione quotidiana sembra ormai navigare nel mare aperto del “tutto è possibile”. 

Anche nel viaggio spesso fatichiamo ad accettare un limite o un divieto, come se ogni confine fosse un ostacolo alla nostra libertà. Ma proprio il limite può diventare un insegnamento fondamentale. Se pensiamo al camminare in natura, soprattutto in un’area protetta, può capitare che a un certo punto il sentiero sia interrotto da un divieto d’accesso: non si può andare oltre per non disturbare una presenza faunistica importante. La curiosità ci spingerebbe a proseguire, a cercare di vedere cosa si nasconde oltre quel margine. Magari proprio lì nidifica l’aquila o trova il suo habitat l’orso. 

Eppure è proprio da quella linea insormontabile che può nascere una delle esperienze più intense del nostro vagabondare nel mondo. In quel margine che delimita lo spazio in cui la natura vive il suo libero equilibrio entra in gioco il fascino dell’immaginazione. Il limite non è allora una restrizione della libertà, ma il segno di un rispetto profondo verso uno spazio che possiede una sorta di sacralità laica.

IMMAGINE 2026

Nel viaggio entra così anche il fascino della curiosità non completamente soddisfatta, del mistero che resta oltre la soglia. Una dimensione del viaggio, legata al sapere che esistono luoghi sottratti alla nostra presenza, dove accadono cose meravigliose e invisibili al nostro sguardo.

Il turismo responsabile ci invita proprio a riconoscere questo limite come parte dell’esperienza: non tutto deve essere visto, fotografato, consumato. La mobilità – che sia per turismo o per migrazione – diventa così uno strumento per costruire relazioni, riconoscere e valorizzare le differenze e generare comunità più aperte e inclusive. Attraversare un territorio significa attraversare storie, culture e memorie.

I confini sono sempre stati anche luoghi di scambio. Le aree di frontiera sono spesso tra le più fertili dal punto di vista culturale: lingue, tradizioni, cucine, saperi e visioni del mondo si sono mescolati nel tempo generando nuove identità.

La cultura non è mai statica, ma è il risultato di continui movimenti, incontri e contaminazioni. Mentre i confini vengono difesi, alzati e contesi alimentando culture della separazione – definendo un “noi” contrapposto a un “loro” – altre culture continuano inevitabilmente a muoversi, incontrarsi e trasformarsi. Questi processi avvengono a ogni scala: planetaria, nazionale, ma anche locale.

In questo scenario il turismo responsabile può diventare un vero promotore di geografie di pace. Non è solo un modo diverso di viaggiare, ma un approccio culturale che mette al centro le comunità locali, la giustizia sociale, la tutela dei territori e la qualità delle relazioni. Il viaggio smette di essere consumo di luoghi e diventa occasione di incontro, ascolto e apprendimento reciproco.

Il geografo Yi-Fu Tuan, tra i fondatori della geografia umanistica, scriveva che “il luogo è sicurezza, lo spazio è libertà: siamo legati all’uno e desideriamo l’altro”. Il turismo responsabile prova proprio a mettere in relazione queste due dimensioni: permette di esplorare nuovi spazi senza rompere il legame profondo con i luoghi e con le persone che li abitano.

In questo quadro il viaggio diventa un atto di relazione. Non si tratta semplicemente di visitare un luogo, ma di entrare in contatto con chi lo abita, ascoltare storie, comprendere fragilità e ricchezze, riconoscere il valore delle differenze. Ogni persona in movimento può diventare un ponte tra culture, contribuendo a diffondere una cultura del confronto, della tolleranza e dell’accoglienza. Come osservava Zygmunt Bauman, “il dialogo è l’unico modo per vivere con la differenza”.

In questa prospettiva il territorio diventa un laboratorio di cittadinanza attiva. Le comunità locali non sono semplicemente destinazioni turistiche, ma soggetti protagonisti che raccontano, interpretano e custodiscono i propri luoghi. Il turismo responsabile contribuisce così a rafforzare il senso di appartenenza, valorizzare i saperi locali e promuovere forme di sviluppo più giuste e sostenibili.

Testata edizione 2026

La cura diventa una parola chiave di queste geografie: cura dei luoghi, delle relazioni e delle persone. Prendersi cura significa osservare con attenzione, ascoltare con rispetto, lasciarsi trasformare dall’incontro con l’altro. È una pratica che riguarda tanto chi viaggia quanto chi accoglie. Con questo tema il festival IT.A.CÀ invita a esplorare geografie di pace attraverso esperienze che uniscono viaggio, cultura, cittadinanza attiva e trasformazione sociale, mettendo al centro il territorio come spazio di relazione. L’obiettivo comune è dare vita a pratiche e racconti che trasformano il viaggio in occasione di incontro, cooperazione e cura dei luoghi. Perché le geografie di pace non sono soltanto mappe da osservare: sono percorsi da costruire insieme, passo dopo passo, relazione dopo relazione dove la cura dei luoghi ed anche delle persone diventa prendersi cura come pratica di osservazione e scoperta, dell’altro e anche di se stessi.

In un tempo segnato da divisioni e conflitti, il turismo responsabile può diventare una pratica concreta di pace: un modo di attraversare il mondo riconoscendo la dignità dei luoghi, delle persone e delle differenze che lo abitano. Questo perchè per il Festival IT.A.CÀ una società è sana se permette ai suoi membri di interagire in modo creativo. I sentieri del 2026 sono dunque percorsi di senso: trekking, cicloturismo e cammini lenti che non puntano solo a crescere nei numeri, ma nella qualità delle relazioni.

Con questo tema il festival invita a esplorare queste geografie attraverso esperienze che uniscono viaggio, cultura, cittadinanza attiva e trasformazione sociale, mettendo al centro il territorio come spazio di relazione. Un titolo che parla in modo esplicito al presente storico, proponendo il turismo responsabile come pratica concreta di pace. Attraversare i territori significa attraversare differenze, riconoscere identità plurali, rafforzare comunità locali e generare spazi di dialogo.

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