Per la prima volta IT.A.CÀ Festival arriva nella suggestiva città di Alghero, dando vita a una nuova tappa dedicata al turismo responsabile e ai territori. Una scelta che nasce dal desiderio di raccontare una Sardegna capace di andare oltre i propri confini, attraverso le comunità, le storie di emigrazione, i legami culturali e quelle relazioni che continuano a unire l’isola al resto del mondo.
Il tema dell’edizione 2026, “Geografie di Pace – Mobilità/rsi attraverso confini e culture”, trova ad Alghero un terreno particolarmente significativo. Città affacciata sul Mediterraneo e storicamente legata alla cultura catalana, Alghero diventa così un punto di incontro tra lingue, identità e comunità transnazionali.
A raccontarci come è nata questa prima tappa e quale percorso vuole costruire è Giovanni Giacchi, ideatore del progetto legato a Sardi nel mondo e alla radio web 22 Radici – EmigraStorie, che da anni raccoglie podcast, interviste e testimonianze dedicate agli italiani nel mondo.

Giovanni Giacchi
Alghero entra per la prima volta nella rete di IT.A.CÀ. Com’è nata l’idea di portare il Festival in questo territorio e cosa vi ha spinto a costruire questa nuova tappa?
Alghero entra nella storia di IT.A.CÀ per una scelta legata anche a una mia esperienza personale. Sono arrivato qui con l’idea di sviluppare il progetto Sardi nel mondo, dopo aver già creato nelle Marche, al Museo dell’Emigrazione di Recanati, 22 Radici – EmigraStorie, una radio web con podcast, interviste e storie dedicate agli italiani nel mondo.
La Sardegna, come comunità autonoma e soprattutto come realtà molto identitaria, mi è sembrata perfetta per essere la prima regione da sviluppare in questo senso, anche dal punto di vista comunicativo. Abbiamo quindi iniziato a creare contatti con i circoli sardi nel mondo, che oggi rappresentano una vera comunità connessa.
Da questo percorso è nata anche l’idea di portare qui IT.A.CÀ e costruire una tappa che potesse mettere in relazione il territorio con tutte queste comunità.

Radio 22 radici Emigrastorie
Il tema dell’edizione 2026 è “Geografie di Pace – Mobilità/rsi attraverso confini e culture”. In che modo sentite che questo tema dialoga con Alghero, con la sua storia, la sua identità e il suo rapporto con il Mediterraneo?
Alghero è una città di pace da sempre e soprattutto lo è nel senso della lingua e della cultura.
Qui ancora oggi molte persone parlano catalano e c’è una tradizione catalana molto forte, legata a una forma di catalano arcaico. In questo senso abbiamo pensato di portare al Festival anche alcuni amici dell’Università di Barcellona, insieme all’Università di Sassari, che è la prima università legata a questo territorio.
Vorremmo parlare proprio di una comunità transnazionale, pacifica e profondamente culturale: quella che parla catalano, da Valencia ad Alicante, dall’Accademia Valenciana fino a Barcellona, arrivando poi a questo avamposto sul mare che si chiama Alghero. È un modo per raccontare come una lingua e una cultura possano attraversare i confini e creare legami invece di divisioni.
La prima giornata, venerdì 4 settembre, si apre con l’incontro “I Sardi nel mondo: restare, partire, tornare”. Perché avete scelto di partire proprio dal tema della mobilità e della diaspora sarda?
Mi sembra che parlare oggi di diaspore, di incontri, di partire, restare e tornare significhi dare importanza a quel senso di comunità e di appartenenza che non dovremmo mai dimenticare.
In epoche così divisive e profondamente antidemocratiche come quella che stiamo vivendo, il senso dell’identità, il rispetto delle tradizioni e della storia sono tra gli argomenti più importanti su cui dialogare.
Io cercherò di farlo attraverso il lavoro di cui mi occupo e grazie alla presenza di ospiti molto qualificati, come Mauro Carta, presidente delle ACLI della Sardegna. Parteciperanno inoltre professori dell’Università di Sassari e arriveranno i responsabili della Federazione dei circoli sardi in Germania.
Questo è anche un anno particolare per i circoli sardi in Germania, al centro di un percorso specifico iniziato il 29 luglio. È quindi un momento importante per mettere in relazione esperienze diverse e ragionare insieme sul significato dell’essere sardi nel mondo.

L’incontro mette in dialogo istituzioni, circoli sardi nel mondo e diverse esperienze legate all’emigrazione. Quali storie o prospettive vorreste che emergessero da questo confronto?
Vorrei soprattutto che emergesse la ricchezza dell’essere sardi nel mondo e il modo in cui questa ricchezza si è sviluppata proprio grazie all’incontro e alla contaminazione con altre culture.
Porteremo le testimonianze dei sardi nel mondo e ci collegheremo anche con alcune eccellenze sarde. Molto spesso si tratta di giovani che lavorano in campi diversi, compresa la scienza e l’avanzamento scientifico, come ricercatori e innovatori.
Sono storie che arrivano dall’Australia al Giappone e da tante altre parti del mondo, con un focus particolare sulla Germania.
L’obiettivo è quindi raccontare una Sardegna che non si ferma ai suoi confini geografici, ma che continua a costruire relazioni, competenze e comunità in ogni parte del mondo.
Nella stessa giornata il programma prosegue con “Nostalgia”, il DocuPodcast dedicato a Marcinelle e, in serata, con “EmigraStorie”, una speciale puntata podcast radiofonica dedicata alle storie di chi è partito, è rimasto o è tornato. Come si inseriscono questi appuntamenti nel racconto più ampio che avete scelto di costruire?
Per ciò che riguarda la narrazione delle Geografie di Pace, ovviamente non potevamo non ricordare la tragedia di Marcinelle. Quest’anno ricorre il settantesimo anniversario della tragedia che nel 1956 vide morire 262 minatori nella miniera di Bois du Cazier, vicino a Charleroi, in Belgio, tra cui 136 italiani.
È un episodio che è stato ricordato da molti, ma mi sembrava importante legarlo anche al tema della pace attraverso la tutela del lavoro. Il lavoro deve essere inteso come ricchezza dell’uomo, non come schiavitù dell’uomo.
Le Geografie di Pace passano quindi attraverso le comunità e i legami che esistono tra la Sardegna e il mondo e, in questo caso, tra Alghero e il mondo. Ci sono fili sottili che legano tutte queste storie.
E poi c’è il tema della nostalgia, della saudade, che vogliamo approfondire anche attraverso la letteratura. La nostalgia racconta ciò che è stato, ma anche ciò che avrebbe potuto essere, e proprio per questo diventa una chiave interessante per parlare di chi parte, di chi rimane e di chi torna.
Questa è la prima edizione di IT.A.CÀ ad Alghero: quale esperienza vorreste lasciare a chi parteciperà e, soprattutto, quale dialogo vi piacerebbe aprire con il territorio e con le persone che lo abitano?
Quest’anno il Festival è stato organizzato in tutta fretta e, per motivi legati al lavoro e ai collaboratori, ci siamo trovati praticamente da soli. L’ho organizzato insieme a Enrico Cerchi e, nonostante le difficoltà, siamo riusciti a costruire questa prima esperienza.
Abbiamo già realizzato alcune date e soprattutto questi due percorsi dedicati alla Sardegna nel mondo e al turismo sostenibile, che considero estremamente interessanti e coinvolgenti.
Per il prossimo anno mi aspetterei una replica della manifestazione, ma ho capito che bisogna iniziare a lavorare subito, già dalla fine del Festival. Se riusciremo, vorrei creare un panel, un vero e proprio comitato etico-scientifico, che possa portare avanti il discorso durante tutto l’anno.
Purtroppo non ci sono molti soldi in giro e non abbiamo sponsor: facciamo tutto in autonomia, in economia, e vediamo se riusciremo a portare avanti il progetto.
Intanto, però, l’abbiamo fatto. E mi sembra che questo sia già un grosso risultato.

Alghero
La prima Tappa di IT.A.CÀ Alghero [programma] nasce quindi come un esperimento, ma porta con sé una visione che va ben oltre i giorni del Festival. È il tentativo di mettere in relazione territorio e comunità, memoria e presente, partenze e ritorni, raccontando una Sardegna che continua a vivere anche lontano dall’isola.
Attraverso le storie dei suoi emigrati, i circoli sardi nel mondo, le nuove generazioni, la ricerca, la cultura e i legami con il Mediterraneo, Alghero diventa un punto di partenza per interrogarsi su cosa significhi oggi appartenere a un luogo senza che questo significhi necessariamente restare fermi.
Dal 4 al 5 settembre 2026, la tappa si articolerà in un programma di incontri, racconti, esperienze e momenti di confronto dedicati alla mobilità, alle comunità, alla cultura e al turismo responsabile [QUI programma]
Un’occasione per conoscere il territorio attraverso prospettive diverse, incontrare chi lo vive e chi lo ha attraversato, e continuare a costruire insieme quelle Geografie di Pace che, come racconta Giovanni Giacchi, sono fatte soprattutto di persone, relazioni e fili invisibili capaci di unire luoghi anche molto lontani tra loro.
Vi aspettiamo ad Alghero dal 4 al 5 settembre 2026!






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