Ci sono viaggi che scegliamo per arrivare in un luogo e altri che scegliamo per restare in movimento, sospesi tra culture, paesaggi e storie di vita. È in questa dimensione di transizione che il viaggio acquista il suo significato più profondo. E raramente mi è capitato di sperimentarlo con la stessa intensità di questa settimana nel dipartimento di Sucre, sulla costa caraibica della Colombia: una terra assente dalle mappe del turismo internazionale, ma sorprendentemente ricca di umanità, tradizioni e bellezza.
Il viaggio era iniziato qualche giorno prima, attraversando l’inverno di Bogotá, la primavera eterna di Medellín, le foreste di Salento e le piantagioni dell’Eje Cafetero. Poi, con un’ora di volo, si raggiunge Cartagena de Indias, elegante città coloniale dove il fascino delle mura storiche convive con il peso di un passato segnato dalla schiavitù e dall’Inquisizione. Da un lato il centro storico, magnifico e contraddittorio; dall’altro Bocagrande, con i suoi grattacieli affacciati sul Mar dei Caraibi.

Ma è proprio qui che il turismo di massa, tra piazze affollate e motoscafi che trasportano ogni giorno centinaia di visitatori verso le isole del Rosario, ci convince a cercare un’altra Colombia. Una Colombia più silenziosa. La troviamo a Rincón del Mar, piccolo villaggio caraibico che solo negli ultimi anni ha iniziato ad affacciarsi al turismo. Qui le comunità creole continuano a vivere principalmente di pesca e il tempo sembra seguire ancora il ritmo delle maree. Ad accoglierci è Zaira, una donna sulla sessantina che ventitré anni fa ha lasciato Bogotá per costruirsi una vita più semplice in riva al mare.
«Quando sono arrivata qui non c’erano strade asfaltate e non esistevano i poveri nel villaggio. Ognuno viveva di quello che offriva il mare. Più che il denaro c’erano il baratto e tanta solidarietà.»
Nove anni fa, quando un viaggiatore basco costruì il primo piccolo albergo con ristorante sulla spiaggia, anche Zaira decise di aprire le porte della sua casa, Los Versos de Zaira, trasformandola in una posada dove accogliere pochi ospiti, quasi più per fare compagnia ai numerosi animali che popolano il suo giardino tropicale. Oggi Rincón del Mar continua a non avere grandi infrastrutture né campagne promozionali, e forse è proprio questo il suo fascino. Attira soprattutto viaggiatori europei alla ricerca di tranquillità, tra le acque calde del Caribe e serate animate dalla musica che accompagna la vita del villaggio.
Da qui si esplora facilmente tutto il Golfo di Morrosquillo e, con piccole imbarcazioni, si raggiungono le isole coralline di San Bernardo: le spiagge bianche di Palma, le mangrovie selvagge di Múcura, Tintipán con i suoi piccoli hotel sospesi sul mare verde smeraldo che ricordano gli atolli della Polinesia, fino a Santa Cruz del Islote, considerata una delle isole con la più alta densità abitativa del pianeta.
Proseguendo lungo la costa si incontrano altre località ancora frequentate quasi esclusivamente dal turismo colombiano, come Tolú e Coveñas.

Tradizioni che raccontano una storia più antica della Colombia
A Tolú conosciamo Marco Antonio, promotore del progetto Tolú Caribe, che ci accompagna alla scoperta di una delle tradizioni religiose più antiche delle Americhe: la Hermandad Nazarena, confraternita laica fondata nel 1687 che ancora oggi organizza le solenni processioni della Settimana Santa. Centinaia di fedeli percorrono le strade indossando tuniche viola o bianche per mantenere promesse e voti fatti negli anni.
I suoi racconti aiutano a comprendere il profondo sincretismo religioso che caratterizza questa parte della Colombia, ma anche quanto il percorso verso una coscienza decoloniale sia ancora recente. «È molto più facile trovare piazze, monumenti e strade dedicate ai colonizzatori – ci dice – che non ai milioni di indigeni e africani ridotti in schiavitù o agli uomini e alle donne che guidarono la resistenza».
Il Sucre è uno dei dipartimenti economicamente più fragili del Paese, ma custodisce un patrimonio culturale straordinario sopravvissuto a secoli di violenze.
A Sampués partecipiamo al festival Tras la Huella Zenú, dedicato ai saperi ancestrali dei guaritori tradizionali e alle piante medicinali che costituiscono la base della cosmovisione del popolo Zenú, celebre anche per il sombrero vueltiao, oggi simbolo nazionale della Colombia. Questa popolazione precolombiana, insediata tra i fiumi Sinú e San Jorge, non fu soltanto raffinata nella lavorazione dell’oro e della ceramica: oltre 2.300 anni fa aveva realizzato un sofisticato sistema idraulico capace di governare le piene e trasformare vaste aree paludose in terreni agricoli fertili. Un sapere che la Rivoluzione Verde aveva liquidato come arretrato, ma che oggi il governo colombiano sta cercando di recuperare e integrare con le moderne conoscenze scientifiche, soprattutto di fronte all’aumento degli eventi climatici estremi e delle devastanti piogge legate agli effetti di El Niño.
Il festival diventa così un viaggio dentro l’identità Zenú: le venticinque varietà di mais coltivate, i giochi popolari, le danze, le musiche tradizionali e quell’arte della narrazione orale che continua a custodire storie che nessun libro saprebbe raccontare allo stesso modo.

Festival e non solo, per uno sviluppo sostenibile del turismo
Il motivo della mia presenza in Sucre è proprio questo. Sono stato invitato dal governo regionale per tenere un seminario dedicato ai festival come strumenti di promozione territoriale e culturale. Più che insegnare, però, è stata un’occasione per imparare. Durante gli incontri con amministratori pubblici, ristoratori, piccoli imprenditori, operatori culturali e perfino il direttore di un festival rock, è emersa con forza una domanda condivisa: come raccontare una regione che le guide turistiche ignorano e che, invece, custodisce un patrimonio musicale, gastronomico, naturalistico e culturale capace di occupare settimane di viaggio?
La nostra base è Sincelejo, capoluogo del dipartimento. Accanto alla cattedrale assistiamo al lancio del Festival Nacional de Bandas, che si terrà a fine ottobre: bande musicali, danzatrici del porro dai costumi coloratissimi, ritmi afrodiscendenti e indigeni che riempiono la piazza. Il porro, insieme al mapalé e al bullerengue, racconta meglio di qualsiasi libro l’identità meticcia di questa terra, costretta per secoli a nascondere parte delle proprie radici sotto il peso della colonizzazione europea.

Dopo un pranzo a base di manioca, patacones, zuppa di pollo e riso, raggiungiamo Sabanas de Cali, nel comune di Morroa. Qui le donne della cooperativa Cooagromiel ci fanno conoscere il loro lavoro di apicoltrici, guidandoci in una degustazione di mieli diversi e raccontandoci come tradizione, innovazione e tecnologia convivano nella selezione delle api regine e nella cura degli alveari.

La notte trascorre alla finca Las Carolinas, accompagnata dal canto dei grilli e dalla musica lontana dei villaggi. Il mattino seguente Nelson Martelo ci accompagna tra i 140 ettari di questa azienda agricola, esempio concreto di allevamento rigenerativo. In dieci anni terreni impoveriti sono diventati nuovamente fertili grazie a un approccio olistico, senza pesticidi e con una gestione sostenibile delle risorse.
Dopo aver provato la mungitura manuale delle vacche e gustato la colazione criolla preparata da Janette — platano con cipolla e aglio, formaggio fresco e uova — riprendiamo il viaggio.

Betulia, dove il realismo magico colora le case
In compagnia di Riccardo, responsabile della cooperazione internazionale della Regione di Sucre, e di Tatiana, direttrice del Dipartimento Turismo e Cultura, raggiungiamo Betulia.
Il paese appare come una galleria d’arte a cielo aperto. Le tradizionali abitazioni in palma e bahareque sono diventate tele per i murales ispirati al realismo magico grazie al progetto comunitario Amigos del Parque, ideato da Oscar Ortega per valorizzare e proteggere l’architettura ancestrale locale. Nasce così La Ruta del Color, oggi riconosciuta a livello internazionale e capace di attrarre visitatori da tutta la Colombia. Tra le tante opere spicca il ritratto della “Niña Tullia”, figura simbolica delle anziane del paese, custodi instancabili del pettegolezzo quotidiano.

Sincé, tra García Márquez e la devozione popolare
Lungo la strada verso Sincé ci fermiamo ad acquistare diabolín — snack tipici di yucca e formaggio — insieme a dolci e bevande al sesamo.
Sincé viene soprannominata la “Svizzera del Sucre” per i suoi livelli di benessere relativamente elevati rispetto al resto della regione. Qui si trova la casa d’origine della famiglia di Gabriel García Márquez, costruita secondo la tradizionale architettura vernacolare in legno. Non è ancora visitabile come museo, ma il progetto è in corso. Nella piazza principale la statua dello scrittore dialoga idealmente con quelle dedicate a Simón Bolívar e alle vittime del Covid. La grande chiesa domina una piazza già pronta ad accogliere la processione della Virgen del Socorro, patrona della città, cui seguirà una settimana di feria taurina con corride serali.
Galeras e i Cuadros Vivos, patrimonio dell’umanità
Poco distante sorge Galeras, riconosciuta dall’UNESCO per la tradizione dei Cuadros Vivos. Ogni anno, intorno all’Epifania, le strade si trasformano in un teatro all’aperto dove bambini, giovani e adulti ricreano con i propri corpi scene tratte dalla pittura, dalla religione, dalla storia e dalla vita quotidiana.
Miguel ci racconta come questa tradizione sia cresciuta nel tempo fino a diventare un esempio di turismo comunitario capace di rafforzare la consapevolezza sociale, il dialogo intergenerazionale e lo sviluppo economico del territorio.
A Galeras vale la pena fermarsi anche per la cucina di Mingo, chef pluripremiato che interpreta i sapori tradizionali con grande sensibilità. Mentre racconta la storia della sua famiglia – il padre cucinava ai matrimoni del paese – ricorda anche gli anni in cui la guerriglia controllava queste campagne. Lui stesso lavorava in una fattoria e perse quattro amici e colleghi uccisi nel conflitto. Sul tavolo arrivano zuppe di gallina e di formaggio, anatra, coniglio, maiale e perfino capibara. Il pranzo si conclude passeggiando tra piazze e parchi del paese sorseggiando ñeque, distillato locale di erbe che, assicurano, aiuta la digestione.
Sulla via del ritorno verso Las Carolinas una sosta è d’obbligo alla gelateria Pitufilandia. Dal 1964 Margarita prepara gelati artigianali utilizzando la frutta locale. Zapote, macadamia, mamón, corozo, tamarindo, guanábana agria: sapori che raccontano la biodiversità di questa regione meglio di qualsiasi catalogo turistico. Per gustarli ci invita nel patio fiorito della sua casa, popolato da cani giocherelloni e profumato di fiori bianchi.

La ricchezza invisibile
Gli ultimi giorni scorrono sulle tranquille spiagge di Coveñas. Ripenso alle parole degli abitanti di Bogotá e Medellín incontrati durante il viaggio.
«Andate a Sucre? A fare cosa? Lì non c’è niente da vedere.»
Eppure, è proprio questo il punto. Le cose più preziose raramente sono le più visibili. Il Sucre non offre monumenti iconici o attrazioni spettacolari da cartolina. Offre qualcosa di più difficile da raccontare e, forse proprio per questo, più prezioso: persone che accolgono, comunità che custodiscono il proprio patrimonio culturale, paesaggi ancora autentici e un turismo che può diventare occasione di incontro invece che di consumo.
È una destinazione che non si attraversa in fretta. Va abitata, ascoltata, vissuta con curiosità. Perché i luoghi più sorprendenti non sono quelli che tutti conoscono, ma quelli che ci insegnano a guardare con occhi diversi.
Un ultimo pensiero
Mentre ci prepariamo a lasciare la Colombia, il 10 agosto veniamo svegliati dal tremore della terra. A circa 500 chilometri di distanza, nell’area tra Cali e Pereira, un violento terremoto di magnitudo 7,4 provoca centinaia di vittime e migliaia di dispersi. Per noi è solo un breve momento di paura. Per questo Paese, già così segnato dalla sua storia, è una tragedia immensa.
A tutte le persone colpite va il nostro pensiero e la nostra più sincera solidarietà > [QUI il link per donare]
Blog IT.A.CÀ
Co-fondatore IT.A.CÀ Festival
Professore | Università di Bologna
Pierluigi Musarò
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