Geografie di Pace: un nuovo umanesimo cosmico | Riflessioni di Paolo Piacentini

Come ogni anno, ho il piacere di riflettere sul tema proposto dalla Rete Nazionale di IT.A.CÀ Festival del Turismo Responsabile. Per questa 18ª edizione, desidero condividere con tutti e tutte voi il mio pensiero su “Geografie di Pace”, un concetto che evoca in me profonde emozioni e visioni, specialmente in un periodo complesso come quello attuale, segnato da conflitti e profondi cambiamenti.

Se partissimo dal principio basilare che la vita è relazione e in quanto tale non dovrebbe prevedere il dominio dell’uno sull’altro ma un rapporto solidale e sussidiario costruito sulla consapevolezza un  una fratellanza biologica imprescindibile, allora forse qualche passo avanti nella promozione umana ci potrebbe essere. La consapevolezza di essere accomunati da un unico destino sul quale il percorso storico ha determinato la costruzione di diverse identità culturali, religiose, sociali ed economiche permetterebbe di valorizzare le differenze solo come arricchimento di senso eliminando qualsiasi pretesa di superiorità.

Nell’abitare un determinato luogo o nel semplice attraversarlo dovremmo portarci dietro un bagaglio culturale leggero e sottile che ci permetta l’incontro con l’altro in quanto persona che ha la stessa storia biologica, prima ancora che culturale.

Paolo Piacentini ospite nella Tappa IT.A.CÀ Monte Catria 2026 – cammino a cura “Il Ponticello Trekking” 

Ernesto Balducci, davanti al rischio della guerra nucleare e della distruzione totale dell’umanità poneva la questione urgente di riscoprire un afflato comunitario che ripartisse dalla comune appartenenza ad un’unica specie.  L’illusione di esserci emancipati dalla comune appartenenza alla complessità dei fenomeni naturali attraverso i processi storico- culturali e lo sviluppo della tecnica ha determinato il paradosso, per cui in termini di convivenza civile la violenza, quasi primitiva, non è stata affatto estirpata dalle relazioni umane. Forse ha ragione chi sostiene la differenza abissale tra lo sviluppo scientifico  e della tecnica e quella che dovrebbe essere una vera promozione umana.

Sempre Ernesto Balducci ricordava che in termini di conflitti nulla è cambiato tra l’uomo della clava e l’odierna propensione alla guerra degli stati moderni. Oggi abbiamo un esempio lampante di questa stortura della storia umana, che purtroppo non è il solo, in Donald Trump e nella sua follia. Il problema è che Trump non ha la clava, ma il pulsante per fare esplodere una guerra nucleare. 

Costruire geografie di pace nei luoghi dell’abitare e nel nostro vagabondare per il mondo vuol dire quindi, riscoprire un senso d’appartenenza in cui le sovrastrutture culturali che ci arricchiscono di senso lasciano spazio a nuovi sguardi sul mondo, più profondi e aperti all’ascolto. A quel punto il confine diventa davvero un luogo di scambio che invita alla curiosità e se attraversando quella linea determinata dai processi storici ci immergiamo nelle differenze come ricchezza di una diversa modalità di essere umani appartenenti ad un’unica dimensione di specie allora può accadere il miracolo dell’empatia cosmica. 

Byung Chul Han paragona i confini antropici alla pelle, al suo essere la necessaria protezione che permette ai nostri corpi di esistere, ma allo stesso tempo la sua porosità permette lo scambio vitale con la natura di cui siamo parte in tutto e per tutto.  Se provassimo ad essere presenti nel mondo ridimensionando il nostro antropocentrismo potremmo scoprire una nuova gioia dell’esistere nella stanzialità e nel vagabondare da viaggiatori, migranti, ecc. 

Le geografie di pace si possono costruire, quindi, nell’impostare una nuova relazione con il mondo in cui le nostre identità culturali non vengono meno e anzi si rafforzano nella consapevolezza che le differenze sono una ricchezza ma non eliminano la comune appartenenza di destino.

Stanno proprio in questa inedita consapevolezza con la quale ho iniziato la mia riflessione, le fondamenta di un nuovo umanesimo cosmico che sposa con serenità il concetto di limite e la necessità di costruire un’armonia vera con la natura, perché da li veniamo e ciclicamente torniamo.  

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Vi consiglio come sempre di partecipare ai tanti eventi coordinati e pensati dalle comunità che fanno parte della Rete Nazionale del Festival [programmi edizione 2026]: intanto buon viaggio 🙂 

 

Blog IT.A.CÀ
Paolo Piacentini
Presidente Onorario Federtrek,
scrittore e camminatore 

 

 

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