La musica ipnotizzante del popolo Gnawa

Khamlia è un piccolo, anzi minuscolo villaggio del sud-est del Marocco, per secoli abitato da una mescolanza di popoli berberi, arabi e sub-sahariani, oggi conosciuto, anche al di fuori dei confini nazionali, come culla della musica Gnawa.

Khamlia, tra il deserto dell’Ergh Chebbi e le montangne dell’Atlas

Dei suoi pochi abitanti (140 circa) infatti la maggioranza sono Gnawa, indicando con questo termine i discendenti degli schiavi condotti qui secoli fa dal Senegal, dal Sudan e dal Mali, che hanno portato con loro questo speciale tipo di musica, accompagnata da danze ipnotiche, le quali si dice possano portare al raggiungimento di stati di trance (musica che non ha nulla a che vedere con la copia storpiata ad uso esclusivamente commerciale che viene suonata in Piazza Djema El Fnaa a Marrakech, proprio accanto alle tristi scimmie ballerine e alle prepotenti tatuatrici di henné).

Suonatori Gnawa

Gli strumenti principali usati dagli Gnawa sono particolari tipi di liuto, cembali, diversi tamburi e le famose nacchere metalliche il cui suono ripetitivo e ferroso riproduce quello delle catene un tempo trascinate dagli schiavi sub-sahariani, i cui canti dolorosi sono oggi ripresi dai versi ad antifona ripetuti ad occhi chiusi dalle profonde e vibranti voci dei suonatori.

Quest’arte rappresenta una grande risorsa turistica per il villaggio che vivrebbe altrimenti solo di agricoltura (non facile se pensiamo che si tratta di un ambiente desertico) e che negli ultimi anni ha attratto un gran numero di turisti rimanendo però, oserei dire miracolosamente, intatto, trovandosi a pochi chilometri da altri villaggi dove il turismo sta manifestando tutti i suoi lati più feroci (costruzioni abusive che si infilano nei vuoti legislativi di luoghi in cui la legge corrisponde ancora con la volontà dei capifamiglia, orde di turisti in bermuda che raccolgono la sabbia del deserto per poi farne portacandele radical chic a casa, mega-hotel chiusi da cinte murarie per salvare i sopradetti turisti dalla poco estetica vista della povertà circostante, etc…), come ad esempio Merzouga.

Suonatori Gnawa

A Khamlia questo non accade grazie alla lungimiranza e alla consapevolezza di alcune tra le più importanti personalità del villaggio che, riunite in un’associazione, hanno deciso di porre a priori un freno al turismo di massa. Nel villaggio infatti ancora non ci sono strutture ricettive e chi ha la voglia e le motivazioni giuste per fermarsi, viene ospitato nelle case, creando così una selezione automatica dei turisti. La maggior parte di loro viene per assistere agli spettacoli musicali per poi dirigersi altrove, mentre, chi resta affascinato dalla pace e dal silenzio di quel luogo, che inevitabilmente diventa spunto di riflessione e meditazione, resta più a lungo, nonostante la mancanza di confort (c’è solo un piccolo shop, tra l’altro poco rifornito) o del lusso che contraddistingue le giganti strutture con piscina che circondano le circa 40 case del villaggio con fare minaccioso.

L’orto di Khamlia. Bisogna quotidianamente sottrarre terreno dall’avanzata del deserto se si vuole mantenerlo in vita.

E cosa fa chi resta a Khamlia, oltre trovare se stesso? (non è uno scherzo, credetemi io incontrai filosofi, santoni e seguaci di ogni religione in cerca del proprio destino proprio lì!) Chi resta può partecipare a tantissime attività, dai “corsi” di musica a quelli di cucina o di cucito (avete mai tessuto a mano un tappeto su giganti telai di legno??), dalle gite in biciletta a quelle a dorso di cammello. E’ possibile aiutare nelle attività agricole o in quelle scolastiche, insegnare la propria lingua ed apprendere berbero e francese, insomma da fare c’è tanto, e anche da ricevere, credetemi.

L’esterno dell’associazione che gestisce il turismo nel villaggio.

E’ cosi che Khamlia ha deciso di aprirsi al mondo e allo stesso tempo di tutelarsi. E’ così che Khamlia ha deciso di salvarsi, proprio attraverso il turismo responsabile.
Loro hanno scelto, e tu?

Redazione Blog IT.A.CA’
Sara Petrozzi

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