Lode ai Festival: possibili strumenti per la promozione del turismo responsabile.

Carissimi amici viaggiatori e amiche viaggiatrici

se fino a pochi anni fa si riteneva che la dimensione economica potesse in qualche modo violare la presunta sacralità della sfera culturale, considerando come sia oggi di moda citare l’ “economia della cultura”, ci si rende facilmente conto di quanto questa idea sia ormai superata. Anzi, sembra che oggi la cultura possa trovare un proprio diritto ad esistere solo se e in quanto produce un significativo impatto economico di qualche tipo.

Come scrivono Caliandro e Sacco in “Italia reloaded. Ripartire dalla Cultura”, la cultura oggi deve rendere, e si deve poter quantificare quanto rende e a chi. Ma affinchè ciò avvenga è necessario superare l’idea tipicamente italiana che identifica la cultura con il «patrimonio» piuttosto che con la «produzione culturale».

Idea che da tempo condanna l’Italia ad un immobilismo generale, particolarmente visibile nella difficoltà ad uscire da una idea di sviluppo culturale basato sulla rendita e sulla conservazione dell’esistente.

Il modello della città d’arte del turismo culturale, ad esempio, è una sorta di parco tematico offerto allo spettatore pagante, in cui tutto è banalmente musealizzato, immobilizzato, tourist friendly.

Ne consegue che i residenti della città d’arte si trasformano così in veri e propri tenutari-manutentori, incapaci di vivere il senso della propria città, e interessati alla dimensione dell’esperienza culturale soltanto quando si calano, a loro volta, nel ruolo del turista. Se rivolti al passato non possiamo che vedere ogni forma di espressione culturale innovativa come una minaccia. Non a caso, Agamben descrive «Venezia come una tomba, uno spettro dove il cadavere è rimosso»; la stessa Venezia descritta da Umberto Eco come una sorta di «Disneyland in laguna».

Come valorizzare dunque la cultura al di là dell’intrattenimento turistico?

In primis, rendendola canale di eccellenza per la vera infrastruttura della nuova economia: lo spazio mentale delle persone. Come scrive Appadurai, la cultura riguarda la capacità di avere aspirazioni e di pensare il futuro. La capacità di aspirare nutre la democrazia, perchè è una meta-capacità necessaria per cambiare la propria vita. La cultura ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare, innovare, sperimentare. La dimensione dello spazio mentale delle persone, la loro capacità di accedere e di dare valore a contesti di esperienza ricchi e complessi rappresenta dunque una infrastruttura intangibile necessaria: per riconoscere la propria condizione, nutrire la democrazia, ma anche per progettare una diversa qualità di esperienza turistica. Un’esperienza che coinvolga i visitatori, ma soprattutto i residenti.

Produzione culturale, creatività e innovazione sono dunque elementi strettamente interconnessi e strategici, e le politiche per il turismo non dovrebbero esimersi dal farne buon uso. In questo legame tra cultura, creatività ed esperienza turistica si inserisce questa riflessione sul contributo che il format festival può fornire per la promozione del turismo responsabile.

Perchè i festival?

Festival della filosofia a Carpi – Modena

Perchè l’esplosione del “fenomeno festival”, nell’ultimo decennio, ha reso l’Italia il paese in Europa con il maggior numero di festival. Se ne contano addirittura 1.300, una media di quattro al giorno. Numeri impressionanti, che attestano la vitalità e l’attivismo di molti centri, spesso di piccole e medie dimensioni, confermando lo spostamento di interesse dalla produzione di “beni” alle “attività”, dalla salvaguardia del “patrimonio” alla promozione di “eventi culturali”, pilastri di una nuova economia esperienziale in cui i consumatori giocano un ruolo di co-protagonisti.

Per quanto risulti difficile convergere su una definizione univoca del termine “festival”, utilizzato troppo spesso impropriamente per indicare un gran numero di eventi che poco hanno di diverso dalla tradizionale fiera o sagra di paese, nel corso del tempo questo format di produzione culturale di breve e brevissima durata si è imposto al punto di far parlare di una vera e propria “festivalmania”. Fenomeno non di poco conto, considerato che il tutto avviene in un clima di crescente concorrenza su spazi, tempi e soprattutto risorse economiche a cui la presente crisi ha dato una ulteriore sferzata.

BLACK ROCK CITY, NV – Canada, dances on the LOVE installation at last week’s 25th annual Burning Man festival. (Photo by Keith Carlsen For the Washington Post)

Secondo l’Osservatorio del Festival of Festival, in Italia l’investimento nei festival è di circa 400 milioni di euro e genera un giro d’affari stimato in 1,5 miliardi di euro. Al punto che, sempre secondo lo stesso Osservatorio, sarebbero oltre 10 milioni gli italiani che nel 2008 hanno seguito almeno un festival. Si tratta di nuovo ceto medio internazionale con capacità di spesa medio-alta, definito anche turismo culturale o serious tourism, tendente a muoversi in modo de-sincronizzato tra le città, desideroso che la destinazione si adatti a esso e non viceversa, che usa intensamente l’accesso alle informazioni on-line e contribuisce a crearle attraverso la condivisione sul web della propria esperienza, ricerca l’incontro con le culture e le popolazioni locali, ama il viaggio veloce e vivere con lentezza nella destinazione (Maussier 2010).

Come illustra Guerzoni in “Effetto_festival”, tale formula è sempre più diffusa e apprezzata dal grande pubblico grazie alla sua capacità di andare incontro ai mutamenti sociali contemporanei. Tra i fattori che ne hanno determinato il successo: le caratteristiche di concentrazione spazio-temporale, la dimensione live, la capacità di soddisfare un forte bisogno ludico-relazionale e quindi la voglia di far parte di una comunità di interessi, la capacità di ridefinire le identità di città, territori e compagini sociali, coniugando cultura, svago e intrattenimento, spesso con un focus su specifici argomenti, vincenti nel richiamare appassionati e curiosi in cerca di una trasmissione del sapere dall’alto valore esperienziale.

CASA | Cosa Abitiamo Se Abitiamo @portodimontagna – Ussita

A cui si somma: l’inadeguatezza delle istituzioni culturali tradizionali e dei media generalisti, nonché lo sviluppo tecnologico, in particolare dei nuovi media, la scolarizzazione di massa e la globalizzazione: mutamenti sociali che hanno consentito una democratizzazione dell’accesso alla cultura e l’emergere di nuovi bisogni quali la creatività, l’etica, l’estetica e la ricerca della qualità della vita (Paiola, Grandinetti 2009).

Il “fenomeno festival” rappresenta una riappropriazione della cultura da parte delle persone, una pratica di prosumerismo creativo, appunto, che promuove il territorio istituendo un contesto esperienziale dove le persone imparano a sperimentare, creare possibilità per sé e per gli altri, un contesto dove comprendere il mondo ed elaborare progetti futuri, dove il capitale umano avanza in sinergia con il capitale territoriale. Nel belpaese che si illude di vivere di rendita grazie allo sfruttamento del “patrimonio diffuso”, il festival irrompe con la sua visione proattiva di cultura e creatività, capace di rimuovere il blocco psicologico che attanaglia l’Italia grazie all’innovazione delle forme collaborative e partecipative che animano l’attuale Wikinomics.

Perchè non usarli, dunque, come strumenti strategici per la promozione del turismo responsabile?

Spesso adottati come strumenti di rafforzamento dell’identità locale e di diffusione della stessa, i festival sono in parte diventati anche strumenti della progettazione culturale e turistica sul territorio, acquisendo importanti funzioni sociali per la comunità che li ospita. Veicoli privilegiati che forniscono un contributo importante allo sviluppo sociale, culturale ed economico dei territori su cui insistono, i festival rappresentano un prodotto culturale complesso che, oltre a richiamare un grande pubblico, offre molti elementi di interesse per le comunità locali che li ospitano e al contempo contribuiscono alla loro produzione (Costa, 2005).

Festival dei cammini – via Francigena

Da questo punto di vista, il successo del fenomeno festival appare legato alla capacità di non far sentire il viaggiatore un soggetto passivo, semplice fruitore finale dell’offerta turistica; e alla possibilità, per la popolazione locale, di andare oltre la semplice erogazione dei servizi, condividendo piuttosto un senso di ospitalità volto a far scoprire il proprio patrimonio storico, culturale e folkloristico. Elementi che sono alla base del turismo responsabile, appunto: un turismo volto a riconoscere la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto a essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio (Davolio, Meriani 2011).

Fondato sui pilastri dell’equità sociale, economica ed ambientale, il turismo responsabile è volto a promuovere una nuova etica del turismo, che sensibilizzi la forma mentis delle istituzioni come dei viaggiatori, dell’industria turistica come degli operatori impegnati sul campo.

Perchè non provarci in maniera partecipata e creativa?

Se contribuiscono a coinvolgere la comunità locale nella gestione dei flussi turistici, i festival rappresentano uno strumento importante per attenuare le esternalità di un’industria gestita da agenti esterni, spesso le multinazionali del Nord del mondo, che nel promuovere il “prodotto turistico” compromettono l’ambiente e relegano la popolazione locale ai margini della ricchezza prodotta.

Oltre che per una più equa distribuzione dei benefici economici, la partecipazione attiva della cittadinanza nella progettazione dello sviluppo turistico si rivela fondamentale anche nella prospettiva di una governance basata sulla collaborazione tra una molteplicità di attori.

Importante, dunque, adottare la «prospettiva dei saperi locali» e valorizzare la cultura locale, evitando la perdita di autenticità del luogo, o quanto meno attenuando il rischio di rendere scontata l’idea che i locali esistano per uso e consumo dei turisti. Una tipica idea «del Nord per il Nord» che, come denuncia Aime (2005), rischia di rafforzare un immaginario eurocentrico che condiziona la percezione dell’altro, perpetuando così «l’incontro mancato». Da non sottovalutare, infine, che al di là dal valore strettamente culturale e dai concreti vantaggi che offre sotto il profilo economico, il format festival, per la sua capacità di attrarre turisti traducendo le caratteristiche fisiche dei luoghi in segni, rappresentazioni e narrazioni, che sono poi veicolati dai media, rappresenta una risorsa locale e un medium del territorio ideale per promuovere uno sviluppo sostenibile dello stesso.

Festival Eco della Musica sulle Dolomiti

Ho avuto modo di esperire in prima persona le potenzialitá di quanto scrivo in qualitá di direttore di  IT.A.CÀ migranti e viaggiatori: Festival del turismo responsabile che si svolge a Bologna e in tutto il paese dal 2009. Un festival che si configura come una produzione culturale dal basso, che nasce dal fermento spontaneo e dalla capacità di mettere in rete la creatività diffusa di chi vive e rende vivo il territorio, riuscendo a coinvolgere in un’esperienza multisensoriale sia i residenti che i visitatori. E grazie ad un continuo processo di partecipazione creativa, frutto di un intenso e lungo lavoro di regia e coordinamento, il festival riesce a far emergere e valorizzare le straordinarie sfaccettature della cittadinanza bolognese, con le sue diverse anime, che rientrano in una cultura della responsabilità e della sostenibilità.

Ma le caratteristiche di IT.A.CÀ sono comuni ad altri festival di approfondimento culturale che si inscrivono nell’identità di un territorio: dal Festival della letteratura di Mantova, al Festival della filosofia di Modena o al Festival della Scienza di Genova. Manifestazioni “policentriche” che presentano il vantaggio di favorire la promozione dell’intera città, piuttosto che di singoli spazi; eventi capaci di creare quell’atmosfera singolare che arriva a coinvolgere anche chi, pur non partecipando al festival, si trova in città, percependola come più viva e animata dal punto di vista culturale e sociale.

Lode ai festival, dunque, che promuovono i luoghi in maniera innovativa, meglio se attraverso un processo di partecipazione creativa, invitandoci ad andare oltre la mera conservazione del patrimonio storico e artistico. E lode a quanti di noi ci vanno a piedi o in bicicletta, riducendo così l’impronta ecologica dell’evento.

IT.A.CÀ Appennino 2018

Aime M. (2005), L’incontro mancato, Bollati Boringheri, Torino
Appadurai A. (2011), Le aspirazioni nutrono la democrazia, et al. Edizioni, Milano
Caliandro R., Sacco P. (2011), Italia reloaded. Ripartire dalla Cultura, il Mulino, Bologna
Costa N. (2005), I professionisti dello sviluppo turistico locale, Hoepli, Milano
Davolio M., Meriani C. (2011), Turismo Responsabile, Touring, Milano
Guerzoni G. (2008), Effetto Festival, L’impatto economico dei festival di approfondimento culturale, Fondazione Carispe, Milano
Maussier B. (2010), Festival management e destinazione turistica, Hoepli, Milano
Paiola M., Grandinetti R. (2009), Città in Festival. Nuove esperienze di marketing territoriale, Angeli, Milano

Direttore festival IT.A.CÀ
Pierluigi Musarò

Professore presso la Facoltà di Scienze Politiche
di Forlì 
e Università di Bologna

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